Il Tirreno

Grosseto

Wojtyla e Bergoglio, il filo della storia

di SILVANO POLVANI*
Wojtyla e Bergoglio, il filo della storia

A 29 anni dalla visita di Giovanni Paolo II, un altro pontefice a Nomadelfia: un messaggio chiaro e un segno che si rinnova

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«Un giorno – aveva detto Don Zeno – il Papa vi abbraccerà». Quando Giovanni Paolo II, in quel pomeriggio del 21 maggio 1989 entrò nel teatro-tenda allestito al centro del campo grande di Nomadelfia non poté fare a meno di leggere questa frase, scritta a caratteri cubitali sulla porta d’ingresso.

Fu festa grande a Nomadelfia, tutti vi presero parte. C’era mamma Irene, la giovane che allo scoppio della grande guerra lasciò la casa paterna per divenire la prima “mamma verginale” dei figli di Nomadelfia; c’era Danilo, quel giovane di 17 anni che, nel Duomo di Carpi, dove si era fermato dopo essere uscito di carcere, venne adottato, lui per primo, da Don Zeno che era all’altare della sua prima messa. E sicuramente c’era anche lui, Don Zeno. Era nei volti di tutti i suoi figli ancor prima che nelle fotografie sparse per ogni dove accanto a quelle del Papa, nelle loro parole, nelle loro menti, nei loro cuori.

Lo accolsero intonando la loro canzone, l’inno alla fratellanza universale, quello che rinnega la diversità tra gli uomini, quello che rifiuta i padroni e chiama tutti ad essere servi uno dell’altro.

«Sono venuto – disse – per vedere dove e come la comunità vive ed opera... Siete una comunità parrocchiale inserita nella realtà pastorale della diocesi, ma siete, in maniera più specifica, una parrocchia che si ispira al modello descritto dagli Atti degli Apostoli».

«Giovanni Paolo II – come ricorda Francesco Matterazzo, presidente di Nomadelfia – è stato il pontefice “di Nomadelfia” perché ha incontrato Don Zeno ed è venuto da noi. Francesco per la sua attenzione ai poveri e alla semplicità richiama molto le idee di Don Zeno. L’attenzione agli ultimi e alla giustizia sociale; Don Saltini si è sempre battuto per un cristianesimo evangelicamente attento agli ultimi. Don Zeno considerava la Chiesa madre, una madre che a volte può essere con noi e a volte darci uno scapaccione perché noi siamo figli irrequieti. Certamente questo Papa ci sta colpendo tutti».

Due Papi che sentono il bisogno di recarsi a Nomadelfia, di unirsi in preghiera con quella piccola comunità, sicuramente vogliono dirci qualcosa di importante, ricordarci il messaggio di fratellanza, di una società evangelica che da questa terra di Maremma si propaga.

«Don Zeno – ha ricordato recentemente Papa Francesco alla comunità di Nomadelfia ricevuta in udienza in occasione del suo 80º compleanno – si presenta a noi oggi come esempio di fedele discepolo di Cristo che, a imitazione del divino Maestro, si china sulle sofferenze dei più deboli e dei più poveri diventando testimone di una carità inesausta. Il suo coraggio e la sua perseveranza vi siano di guida nel vostro quotidiano impegno di far fruttificare i germi di bene che egli ha abbondantemente seminato, animato da passione evangelica e sincero amore alla Chiesa».

Ecco personalmente dalla visita di Papa Francesco a Nomadelfia mi attendo di ascoltare parole dal profumo che si emana dalla dignità, l’emozione di sentimenti che ci ricordano solidarietà e giustizia, capaci di rianimare chi ancora è in attesa del lavoro, della propria libertà per vivere con orgoglio la propria vita presente e futura. Mi attendo una visita che possa lasciare una speranza a quanti la crisi economica di questi anni ha scavato i loro volti scolpendovi i segni della solitudine e della disperazione.

Temi questi cari ai due pontefici, spesso presenti nelle loro riflessioni. «Senza lavoro non c’è dignità», ha affermato Papa Francesco nel maggio scorso a Genova di fronte a lavoratori dell’Ilva. «Ma non tutti i lavori – ha aggiunto – sono “lavori degni”. Ci sono lavori che umiliano la dignità delle persone, quelli che nutrono le guerre con la costruzione di armi, che svendono il valore del corpo con il traffico della prostituzione e che sfruttano i minori. Offendono la dignità del lavoratore anche il lavoro in nero, quello gestito dal caporalato, i lavori che discriminano la donna e non includono chi porta una disabilità. Anche il lavoro precario è una ferita aperta per molti lavoratori, che vivono nel timore di perdere la propria occupazione».

Per il popolo di Nomadelfia e per quanti in quel giorno si uniscono ai nomadelfi una visita dal grande significato che non può essere dissociata da quelle precedenti di Papa Francesco che lo hanno visto pregare sulle tombe di Don Primo Mazzolari e Don Lorenzo Milani, preti scomodi, preti di frontiera, ma oggi figure esemplari di una chiesa vicina agli emarginati e agli ultimi, fondata sul vangelo vissuto in concreto come appunto è stata l’esperienza e la vita di Don Zeno sempre più in odore di beatificazione.

*Giornalista e scrittore

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