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Lo credono morto e non lo invitano

di Francesca Gori
Lo credono morto e non lo invitano

La Cgil intitola la sala al padre dell’uomo, la nipote lo scopre sul web

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GROSSETO. Sono passati settant’anni da quando la mano di Vanni Sacco, capomafia agli ordini del proprietario terriero don Serafino Sciortino, si armò per uccidere Calogero Cangialosi. Era mezzadro e il proprietario di quei terreni disse che quel sindacalista socialista era di troppo a Camporeale. Che le sue battaglie e la sua rettitudine non potevano continuare a camminare sulle sue gambe in quel paese e in quelli vicini. Sacco e i suoi scagnozzi spararono alle 10 di sera, in un paese a metà strada tra Palermo e Trapani uccidendo il sindacalista. Era il primo di aprile del 1948 e quell’esecuzione non fu uno scherzo. Fu però l’inizio di una storia che è arrivata a Grosseto, dove la moglie di Calogero, Francesca, si trasferì dopo la morte del marito. Avevano quattro figli, un maschio, Giuseppe e tre femmine. Soltanto Giuseppe e la prima delle tre femmine, Francesca, erano abbastanza grandi seppur ancora bambini, da portarsi nel cuore il ricordo di quell’uomo che avevano conosciuto. Loro padre.

Oggi Giuseppe vive a Grosseto e pochi giorni fa, il 4 maggio, nell’anniversario di un’altra strage che ha inzaccherato di sangue e morte la Maremma, quella dei minatori di Ribolla, ha partecipato all’intitolazione della sala I° Maggio, quella della Cgil, a suo padre. Un riconoscimento che è stato voluto dal sindacato per ricordare il sacrificio di un compagno che ha perso la vita per mano della mafia. Ma Giuseppe alla cerimonia di intitolazione c’è andato perché sua figlia Carla lo ha scoperto su Internet. Non era stato invitato. O meglio, l’invito è arrivato al settantacinquenne solo dopo l’intervento di sua figlia Carla. E il motivo? Tutti pensavano che fosse morto, a causa di alcuni articoli usciti negli anni scorsi nei quali era stato scritto che il figlio di Cangialosi era passato a miglior vita. E invece Giuseppe, che ha 75 anni, vive a Grosseto con la moglie Anna e venerdì ha partecipato alla cerimonia d’intitolazione della sala a suo padre.

Ad accorgersi di quello che era successo è stata la figlia di Giuseppe, Carla che ha anche dovuto chiedere al Comune di Camporeale, poco più di tremila anime sulle colline che occhieggiano verso Alcamo, di cambiare la targa in memoria di suo nonno. Lo hanno ribattezzato Cangelosi, quando il suo cognome è Cangialosi. Un errore che in Sicilia e nel resto d’Italia è rimasto per settant’anni e che poco tempo fa è andato a sommarsi ad un altro, forse ben più grave: la notizia, non vera, della morte dell’unico figlio maschio di Calogero. «Quando ho letto quello che c’era scritto su alcuni articoli di stampa – racconta Carla Cangialosi – sono intervenuta, soprattutto per restituire a mio padre quello che gli era stato tolto. Ha vissuto una vita molto difficile dopo l’uccisione di suo padre e dopo la morte di sua madre Francesca e di sua sorella Francesca, nel 2005. Erano gli unici due che avevano conosciuto nonno: mia zia aveva 11 anni quando è stato ucciso, mio padre ne aveva 5». Giuseppe Cangialosi subito dopo l’assassinio di suo padre fu mandato in colonia in Emilia Romagna. Dopo poco fu accolto in un collegio di Varese, l’istituto educativo Sandro Cagnola che era stato creato proprio per accogliere gli orfani dei partigiani e quelli delle vittime della mafia. «Babbo avrebbe voluto studiare – dice Carla – voleva diventare geometra ma ha dovuto lavorare per mandare i soldi a casa». In Sicilia prima e a Grosseto poi erano rimaste sua madre, una delle tante vedove di mafia di quella terra che trasuda ancora sangue e morte e le sue tre sorelle. A Giuseppe era spettato il ruolo di capofamiglia. «Ha lavorato in Germania – ricorda Carla – per mandare i soldi a casa. Poi è tornato a Grosseto, anche lui, dove nonna si era trasferita».

Calogero Cangialosi è stato ucciso nel 1948 ma non è mai stato riconosciuto vittima della mafia. Lo Stato infatti, ha cominciato a riconoscerle solo dopo il 1961. «Ancora oggi c’è una legge ferma in commissione – spiega Carla, che sta portando avanti questa battaglia insieme alla cugina Enza Manno, figlia di Francesca – che speriamo venga approvata affinché anche mio nonno sia riconosciuto come vittima della mafia».

Era una figura d’altri tempi quella alla quale la Cgil di Grosseto ha voluto dedicare il salone dove si riunisce il sindacato e dove vengono portate avanti le trattative. «Non era onesto perché era un sindacalista – dice ancora la nipote – ma era sindacalista proprio perché aveva fatto dell’onestà la sua bandiera. Prima di essere ucciso, quando fu distribuita la terra ai contadini, non la prese perché non voleva avere alcun vantaggio rispetto agli altri».

Ora il nome di Cangialosi è diventato un simbolo anche a Grosseto. «Io e mia cugina Enza dobbiamo ringraziare la Cgil, dobbiamo ringraziare Claudio Renzetti e Lorenzo Centenari, oltre alla delegazione siciliana per aver scelto di intitolare a nostro nonno la sala – dice – L’unica richiesta che facciamo è quella di essere avvertite quando ci saranno altre iniziative in memoria di nostro nonno e di far riferimento ai figli di Calogero quando c’è bisogno di sapere qualcosa sulla sua figura». Una richiesta legittima, da parte delle nipoti, e anche da parte di Giuseppe. Che è ancora vivo e che ogni giorno si confronta con l’insegnamento di quel padre che gli è stato strappato troppo presto.

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