Il Tirreno

Grosseto

Al cippo per ricordare il Tenente Gino

di Fiora Bonelli
Al cippo per ricordare il Tenente Gino

Il partigiano Canzanelli morì a Murci per mano dei repubblichini il 7 maggio 1944: uno storico racconta

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SCANSANO. Il 7 maggio è una data che la Maremma non scorda: Gino Canzanelli, il famoso “tenente Gino”, morì proprio il 7 maggio, lungo la strada bianca della Dogana nei pressi del borgo di Murci (Scansano), ucciso dalla milizia fascista col suo attendente Giovanni Conti di Montemerano. Lo ricorda Franco Dominici, storico di Pitigliano, appassionato di resistenza in particolare, che traccia la storia del mitico tenente: «Era nato al Cairo, il 12 ottobre del 1921, dove sarebbe rimasto fino all’età di 12 anni, fin quando la madre, divenuta vedova, decise di tornare in Italia e stabilirsi a Milano – rammenta Dominici - di idee liberali e antifasciste, nel 1941 entrò come soldato di leva nel 46° Reggimento Artiglieria Motocorazzata “Trento”, per essere poi inviato al Corso Ufficiali di Complemento di Pesaro e assegnato definitivamente al reparto nel 1942». L’8 settembre di quello stesso anno era a Grosseto con l’amico Antonio Lucchini, anch’egli sottotenente, con il quale avrebbe condiviso buona parte di una nuova avventura: la Resistenza. Nel capoluogo maremmano i due sottotenenti erano bloccati con l’81° Batteria cannoni anticarro, composta da un’ottantina di uomini, perché avevano esaurito le scorte di benzina. A Grosseto appresero dell’armistizio, cui seguì lo sbando dell’esercito e del loro reparto. Così decisero di partire per unirsi agli anglo-americani. Raggiunsero Montemerano il 12 settembre 1943 e qui presero contatto con gli antifascisti e con Arancio Santi, il fondatore della prima banda partigiana in Maremma, nata a seguito di varie riunioni a casa della partigiana Mariella Gori, nel centro storico di Manciano. Iniziarono i mesi della lotta armata, della clandestinità assoluta, dei disagi del vivere alla macchia, in nome di un’altra Italia, avversa a quella della propaganda e della retorica del regime. «Quella di Gino - aggiunge - fu esclusivamente una guerra civile, una lotta contro il nemico fascista, considerato traditore e asservito ai tedeschi». Una storia di lotta, una storia di resistenza, quella di Canzanelli, che vide le sue ultime battute tra il 5 e il 7 maggio. «Con un gruppo di uomini, Canzanelli – prosegue Dominici - assalì la caserma dei carabinieri di Cana per appropriarsi di armi e munizioni. L’attacco non ottiene l’esito sperato e allora i combattenti alla macchia si spostano verso Stribugliano e lo occupano. La mattina del 7 maggio del 1944 militi fascisti al comando del capitano Santini arrestano il partigiano Mario Marini, nativo di Sorano, che ammette di dipendere dalla banda del Tenente Gino. Inizia l’operazione di rastrellamento sotto la direzione del capitano fascista Vitali verso le Caprarecce, la base partigiana di Gino. I fascisti sono guidati dal Marini, tenuto legato con una fune. A circa 2 chilometri dalle Caprarecce avviene il drammatico incontro: i militi repubblichini, odono rumori di passi e voci e possono anticipatamente predisporsi all’agguato. Stando anche alle testimonianze dei partigiani presenti e sopravvissuti all’imboscata, essi non si accorgono di nulla fino a quando non avvertono gli spari. Muore così a Murci il mitico Tenente Gino, all’età di 22 anni, insieme al suo inseparabile attendente Giovanni Conti di Montemerano, di 21 anni. Dopo aver colpito a morte i due partigiani, i repubblichini infieriscono sui loro corpi».

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