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In pensione Fabrizio Radi, idolo dello scuolabus
Per 30 anni ha portato avanti e indietro gli alunni: cento chilometri al giorno con ogni situazione atmosferica
ROCCASTRADA. Trent’anni filati sullo scuolabus e, tolte brevi convalescenze a seguito di un paio di interventi chirurgici, neppure un’assenza dal servizio per malattia. Venerdì è stato l’ultimo giorno di lavoro per Fabrizio Radi, 63 anni a giugno, il decano degli autisti del Comune di Roccastrada. Un uomo benvoluto da tutti, a partire dai piccoli passeggeri. Il Radibus, come lo chiamano le mamme quando vedono arrivare il pulmino, ha scarrozzato tre generazioni di bambini.«Iniziai – racconta – quando mia figlia Valentina (che oggi ha 35 anni, un marito e un bambino) frequentava l’asilo…».
Da Roccatederighi (il paese che l’ha adottato) a Montemassi (quello di origine), e poi Ribolla, Sassofortino, Roccastrada, sono stati più di uno i genitori che hanno chiesto al Tirreno di raccontare del pensionamento di Fabrizio: «È stato una garanzia per i nostri paesi, per i nostri figli e per l’amministrazione comunale. Puntualità, disponibilità, il sorriso sempre stampato sul volto. E poi se uno diventa l’idolo dei bambini un motivo ci sarà…». E in effetti – raccontano le maestre – è bastato dire ai bimbi che Fabrizio andava in pensione e proporre loro di organizzare una sorpresa; in poco tempo è venuto fuori tutto l’affetto nei suoi confronti.
Anche il sindaco si è unito al coro di elogi: «Il 1 giugno va in pensione un uomo speciale, generoso, capace - dice Francesco Limatola - E lascia un gran vuoto. Auguro a Fabrizio di godersi il meritato riposo. Lo festeggeremo come merita». Fabrizio e il pulmino giallo rappresentano un binomio indissolubile. «Tante volte mi è capitato di sentire l’affetto e la fiducia dei bambini, delle famiglie – prosegue il pensionando – e infatti penso e spero di continuare a starci a contatto, attraverso mio nipote, Valerio». Fabrizio, infatti, si dedicherà a fare il nonno. A tempo pieno. Insomma i bambini non gli mancheranno.
Per trent’anni, insieme ad altri quattro colleghi (Filippo, Vinicio, Giampaolo e Remo), ha percorso le strade del territorio comunale, con la nebbia, la pioggia, la neve o il caldo torrido. Sempre in sicurezza. Un centinaio di chilometri al giorno di media, tra le linee scolastiche e qualche uscita extra. Ha molte ferie da consumare, Fabrizio, e il mese di maggio non andrà a lavoro.
La festa con i bambini si è tenuta venerdì: «Mi hanno fatto emozionare – racconta – tra abbracci, buste, biglietti, disegni, pensierini. Ne ho visti salire centinaia sul mio bus, la prima volta impauriti e piangenti, per poi scendere, anni dopo, con zaini più pesanti e senza il bisogno di trovare i genitori alla fermata. Li abbraccio tutti».
Il Tirreno, di cui è lettore da sempre, ha faticato a farsi raccontare la sua storia, perché Fabrizio non ama i riflettori: «Scrivete poco, fatela corta. Non ho molto da raccontare e ai lettori che io vado in pensione non interessa, tranne che a Catia, mia moglie... (sorride)». Il Radibus è fatto così.
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