Il Tirreno

Grosseto

Per aprire i nostri occhi può bastare un cono gelato

La carezza di Papa Francesco a un bambino (foto La Presse, Alfredo Falcone)
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La carezza di Papa Francesco a un bambino (foto La Presse, Alfredo Falcone)

L'intervento di Giacomo D'Onofrio, responsabile dell'Ufficio comunicazioni sociali della Diocesi di Grosseto: "Un gesto semplice può dire più di mille parole. E lui così ci sta insegnando un nuovo alfabeto"

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di GIACOMO D'ONOFRIO*

Nel suo messaggio per la 52ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, Papa Francesco scrive che «nel progetto di Dio la comunicazione umana è modalità essenziale per vivere la comunione». Anche chi non si definisce credente o cristiano-cattolico può convenire su questa affermazione. La parola, e più in generale la comunicazione, in ogni tempo della storia ha avuto la grande capacità risanante e risolutiva anche dei conflitti più aspri. Certo, in molte circostanze la comunicazione è stata utilizzata anche per finalità opposte: ha diviso, ha rinfocolato odi e rancori, ha generato scontri; ma credo che siano state di più le volte in cui la comunicazione è stata – sempre per usare un’altra espressione cara a Papa Francesco – strumento «per un’autentica cultura dell’incontro», che non viceversa.

Questo Pontificato è caratterizzato da una grande capacità comunicativa. Francesco ci ha abituati a una comunicazione semplice, diretta, popolare; fatta di parole pensate e mai usate “a caso”, ma anche di gesti, di sguardi, di carezze. L’ultimo episodio è accaduto due giorni fa. In occasione del suo onomastico, san Giorgio, il Papa ha voluto farsi un regalo donando tremila gelati ad altrettanti poveri di Roma. Un gelato, sì, per ricordarci che la semplicità è la prima e più comprensibile forma di comunicazione non verbale. Significa mettersi alla pari di chi ti sta davanti, senza la pretesa di pensare di essere il risolutore di tutti i suoi problemi, ma capace di un gesto che dice la cura e la premura verso l’altro.

Non è un caso che dall’inizio del suo Pontificato, Francesco abbia scelto di visitare luoghi simbolo del Vangelo come profezia avverata, come speranza, come riscatto, come umanizzazione dell’umano. Lampedusa, Lesbo, Bozzolo, Barbiana, Alessano e Molfetta e tra poche settimane Nomadelfia: luoghi “abitati” da uomini e donne che si sono proiettati in avanti costruendo una comunicazione umana che ha saputo generare comunione. Mai a basso prezzo, ma pagando di persona, a volte – come è stato anche per don Zeno quando per un periodo chiese la sospensione dal sacerdozio “pro gratia” – anche dolorosamente. Visitando Nomadelfia il Papa viene a dirci che un altro paradigma nella nostra comunicazione è possibile. Che la parola fraternità non è una prospettiva concreta, capace di umanizzare rapporti, relazioni, spazi, luoghi, condizioni di vita. Visitando Nomadelfia, è come se volesse riproporci un nuovo alfabeto anche del nostro modo di pensare e di comunicare, per depurarlo dalle tante parole che odorano di pregiudizio, di paura, di diffidenza, di contrapposizione, per diventare invece – sempre riprendendo le sue parole del suo messaggio per le comunicazioni sociali – «luogo per esprimere la propria responsabilità nella ricerca della verità e nella costruzione del bene».

* Ufficio comunicazioni sociali Diocesi di Grosseto
 

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