«Uccise in un incontenibile scatto d’ira»
Omicidio Tucci, depositate le motivazioni della condanna all’ergastolo (senza premeditazione) del nipote Claudio Orlando
CASTEL DEL PIANO. È stato lui e non può che essere stato lui. Converge tutto, testimonianze, ricostruzioni, intercettazioni. Fu «un incontenibile scoppio d’ira», senza premeditazione. E con un movente chiaro: i soldi. Claudio Orlando aggredì lo zio Antonio Tucci, fino a ucciderlo, perché quest’ultimo avrebbe fatto resistenza a richieste di denaro oppure perché avrebbe sorpreso il nipote a frugare nel cassetto. E le argomentazioni offerte dall’imputato sono «fasulle o sconcluse».
Convergenza. Sono i passaggi chiave delle 54 pagine delle motivazioni adesso depositate della sentenza di condanna all’ergastolo del 48enne nativo di Nepi accusato di omicidio e rapina per quanto avvenuto il 5 dicembre 2015 nell’appartamento di piazza Rosa Guarnieri Carducci, a Castel del Piano. Il corpo senza vita del 71enne infermo venne scoperto l’indomani da un’assistente sociale. Fino al giorno prima Claudio era stato a casa dello zio. La Corte di assise (Giovanni Puliatti presidente e Giovanni Muscogiuri estensore) dedica buona parte alla ricostruzione e ai motivi che avevano indotto i carabinieri a concentrare i sospetti su Claudio: intercettazioni dei parenti, ricostruzioni tramite scontrini, immagini video, testimonianze di chi l’aveva visto quel giorno, le parole dell’ex compagna qualche giorno dopo il delitto, i pedinamenti, il fermo sul bus Roma-Velletri, gli oggetti ritrovati in suo possesso. E poi alle ricostruzioni dei carabinieri del Ris.
La pensione nel cassetto. I giudici sono dell’opinione che Orlando – senza lavoro, senza dimora, un passato giudiziario turbolento – sapesse che lo zio (di cui era spesso ospite negli ultimi tempi) aveva riscosso la pensione, comprensiva anche della tredicesima, e che dunque avesse a disposizione una certa somma. Sapeva anche dove la teneva: «Certamente sapeva come il Tucci abitualmente custodisse le rimanenze in contanti della sua pensione nel cassetto del tavolo della cucina». L’omicidio è avvenuto tra le 16.33 (a quell’ora aveva parlato con l’assistente sociale incaricata di eseguire la ricarica del telefono) e le 17.56 (quando anche il secondo cellulare di Tucci cessava ogni attività). «Tale collocazione temporale è pienamente compatibile sia con quella della morte della vittima (situata tra le 15 e le 19) accertata dall’autopsia del consulente tecnico del pubblico ministero e coincide con gli elementi di certezza processuale acquisiti in ordine alla presenza sul posto dell’imputato in epoca immediatamente antecedente e susseguente», argomenta la Corte di assise.
Il movente? «Le ipotesi più probabili appaiono quelle che l’aggressione letale sia stata innescata dalla circostanza che Tucci, trovandosi nel locale cucina ove sarebbe poi stato scoperto il suo cadavere, abbia resistito alla richiesta di denaro rivoltagli dal nipote nell’imminenza della sua partenza» per far ritorno a Roma. «Oppure, ancor più verosimilmente, che la vittima abbia scoperto l’imputato nel mentre costui, onde rimediare alla futura indisponibilità delle risorse economiche fino ad allora concessegli dallo zio, perpetrava o aveva appena perpetrato in danno di quest’ultimo – proprio come avvenuto in passato in danno di parenti che lo avessero ospitato – una qualche manovra furtiva, frugando nel cassetto del tavolo della cucina ove sapeva fossero custodite le rimanenze in contanti della pensione incassata pochi giorni prima dallo zio».
Sproporzione fisica. Così i giudici ricostruiscono il delitto, anche con l’aiuto dell’operato del Ris e il rilevamento delle impronte di sangue. E ritengono che Orlando abbia reagito violentemente alla delusione manifestata da Tucci per il comportamento scorretto del nipote, frugando poi in varie parti della casa, cambiandosi, prelevando ciò di cui riteneva di aver bisogno. Orlando fece leva sulla «enorme sproporzione della prestanza fisica»: Tucci avrebbe potuto essere reso inoffensivo da un colpo solo o da uno spintone «che lo avesse privato delle stampelle con cui si reggeva». I numerosi colpi alla testa vibrati verosimilmente con il bastone dell’anziano (bastone non più ritrovato) configurano un “dolo intenzionale” e non un “dolo generico”, proprio perché sarebbe stata sufficiente una condotta meno cruenta (e che avrebbe lasciato meno tracce), magari con un soffocamento durante la notte che «avrebbe avuto qualche probabilità di passare per morte naturale». Un dolo però non premeditato, perché l’azione fu dettata da «un incontenibile scoppio d’ira»: «l’imputato, qualora avesse preventivamente pianificato l’omicidio a scopo di rapina dello zio, avrebbe potuto procedervi in una moltitudine di modi per lui stesso più proficui, meno costosi e meno rischiosi».
La delusione dello zio. Anche il deterioramento dei rapporti tra i due (lo zio era sfiduciato e deluso), le inclinazioni violente di Orlando e le accertate disponibilità economiche «inusitate» dopo il delitto inducono la Corte di assise a ritenere Orlando colpevole «oltre ogni ragionevole dubbio». Le parole dell’imputato, che si era fatto interrogare in aula, risultano «fasulle o sconcluse»; e il comportamento tenuto in quella circostanza dall’imputato è assimilabile a chi «riesca con fatica a sopportare una seccatura». E risulta assurdo che lo zio, come detto da Orlando, avesse deciso di dargli i suoi telefoni, visto che erano l’unico modo con cui l’anziano riusciva a tenere i contatti con il mondo. Privo di riscontri e di fondamento scientifico viene ritenuto il contributo del consulente della difesa, che aveva parlato di un «incidente domestico».
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