Cannabis per uso terapeutico «Potremmo coltivarla al Cemivet»
L’approvvigionamento è sempre più difficile: ogni anno si spendono 200 milioni di euro di importazioni La legge stabilisce che solo lo stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze possa produrla
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GROSSETO. Non è un’idea strampalata e nemmeno un’uscita estemporanea quella del presidente della commissione agricoltura alla Camera Luca Sani: permettere al personale del Cemivet di utilizzare i terreni a disposizione del centro per coltivare cannabis terapeutica. Una proposta che arriva dopo che è stata solo parzialmente accolta la legge sulla liberalizzazione della marijuana presentata e sostenuta proprio dal Pd e dopo che i numeri hanno cominciato a parlare da soli: in Italia l’approvvigionamento di cannabis terapeutica è difficile e questa difficoltà potrebbe essere superate grazie all’utilizzo dei terreni del Centro militare veterinario di Grosseto, «che ha le caratteristiche logistiche e meteo-climatiche ideali per diventare il polo di produzione delle piante di marjuana, con la supervisione dello Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze (Scmf)». Così Luca Sani, presidente della XIII commissione agricoltura della Camera, e Leonardo Marras, capogruppo Pd del Consiglio regionale della Toscana, che intervengo con una proposta concreta nel dibattito che si è aperto a causa del deficit di produzione di cannabis terapeutica, che sta mettendo in grosse difficoltà decine di migliaia di pazienti in tutta Italia.
«Il successo terapeutico della cannabis per combattere dolore neurologico e profondo, contrastare gli effetti della chemioterapia e crisi epilettiche – spiegano Sani e Marras – sta provocando una seria difficoltà nel reperimento dei principi attivi ricavato dalla marjuana, che nel nostro Paese può essere prodotta solo dallo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze, pronto a decuplicare la produzione per far fronte alla richiesta crescente». Basta dare un’occhiata ai numeri: negli ultimi anni la domanda di principi attivi è cresciuta di 100 kg all’anno, con una previsione di 350 kg consumati a consuntivo 2017, e di 500 kg per il 2018. Questo richiederà investimenti significativi in serre e laboratori.
«Da questo punto di vista – aggiungono il parlamentare e il consigliere regionale – il Centro militare veterinario di Grosseto ha le condizioni logistiche, grandi estensioni di terreni coltivabili, e meteoclimatiche ideali per ospitare il polo nazionale di coltivazione della cannabis terapeutica e i laboratori chimico farmaceutici per prima trasformazione e confezionamento. Il governo il governo ha affidato proprio allo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze la produzione dei principi attivi utilizzati nella farmacopea». Il parlamentare del Pd e il consigliere regionale hanno da tempo ingaggiato la loro battaglia, con buona parte dei colleghi del loro partito, per la liberalizzazione delle droghe leggere. «Ovviamente sono d’accordo - aggiunge Sani - fosse anche soltanto per togliere la vendita di cannabinoidi dal mercato della spaccio così come si presenta oggi». Ma quella parte della legge che era stata presentata, non è passata. «La legge stabilisce che la produzione può essere affidata soltanto all’istituto farmaceutico militare di Firenze - dice Sani - È già un passo avanti questo ma l’ideale sarebbe aprire la coltivazione della cannabis terapeutica anche alle imprese». Il problema dell’approvvigionamento è un problema serio e sentito da parte dei ricercatori, dei produttori e soprattutto dei pazienti che vengono trattati con questo tipo di cure. Ogni anno l’Italia esporta dall’Olanda un quantitativo di cannabis terapeutica per duecento milioni di euro: soldi che potrebbero restare sul territorio e che potrebbero essere reinvestiti per sviluppare un settore di ricerca che sta dando grandissimi risultati.
Francesca Gori
«Il successo terapeutico della cannabis per combattere dolore neurologico e profondo, contrastare gli effetti della chemioterapia e crisi epilettiche – spiegano Sani e Marras – sta provocando una seria difficoltà nel reperimento dei principi attivi ricavato dalla marjuana, che nel nostro Paese può essere prodotta solo dallo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze, pronto a decuplicare la produzione per far fronte alla richiesta crescente». Basta dare un’occhiata ai numeri: negli ultimi anni la domanda di principi attivi è cresciuta di 100 kg all’anno, con una previsione di 350 kg consumati a consuntivo 2017, e di 500 kg per il 2018. Questo richiederà investimenti significativi in serre e laboratori.
«Da questo punto di vista – aggiungono il parlamentare e il consigliere regionale – il Centro militare veterinario di Grosseto ha le condizioni logistiche, grandi estensioni di terreni coltivabili, e meteoclimatiche ideali per ospitare il polo nazionale di coltivazione della cannabis terapeutica e i laboratori chimico farmaceutici per prima trasformazione e confezionamento. Il governo il governo ha affidato proprio allo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze la produzione dei principi attivi utilizzati nella farmacopea». Il parlamentare del Pd e il consigliere regionale hanno da tempo ingaggiato la loro battaglia, con buona parte dei colleghi del loro partito, per la liberalizzazione delle droghe leggere. «Ovviamente sono d’accordo - aggiunge Sani - fosse anche soltanto per togliere la vendita di cannabinoidi dal mercato della spaccio così come si presenta oggi». Ma quella parte della legge che era stata presentata, non è passata. «La legge stabilisce che la produzione può essere affidata soltanto all’istituto farmaceutico militare di Firenze - dice Sani - È già un passo avanti questo ma l’ideale sarebbe aprire la coltivazione della cannabis terapeutica anche alle imprese». Il problema dell’approvvigionamento è un problema serio e sentito da parte dei ricercatori, dei produttori e soprattutto dei pazienti che vengono trattati con questo tipo di cure. Ogni anno l’Italia esporta dall’Olanda un quantitativo di cannabis terapeutica per duecento milioni di euro: soldi che potrebbero restare sul territorio e che potrebbero essere reinvestiti per sviluppare un settore di ricerca che sta dando grandissimi risultati.
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