Riscoprire la canapa: un’opportunità per la Maremma bio
Giovane imprenditrice lancia un innovativo progetto di filiera. Dal campo alla fabbrica per tessuti, alimenti e materiali edili
GROSSETO. Oggetto di studio da parte del Cnr e di diverse università italiane e straniere, grazie alla legge 242 del 2016 che ha aggiornato le disposizioni sulla filiera, la coltivazione della canapa ora diventa un’opportunità. Esistono già aziende agricole legalmente registrate che coltivano canapa per uso industriale, di più varietà e Irene Silvestri, designer di abbigliamento, lavora alla progettazione di una filiera maremmana ormai da mesi. Al suo fianco AssoCanapa e le associazioni agricole.
«Sì, l’idea è quella di creare in Maremma un distretto agroindustriale basato sulla canapicoltura in relazione alla filiera tessile e alimentare. Un circuito sostenibile che conduca dal seme alla fibra, dal filato all’abito, verso un prodotto cento per cento made in Maremma, a chilometri zero».
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La presentazione. Se ne parlerà venerdì 15 dicembre 2017 in una conferenza al Museo di Storia naturale della Maremma, nel corso del quale i vertici di Assocanapa e i rappresentanti locali di associazioni agricole e dell’artigianato incorniceranno il progetto di filiera dinamica della Silvestri, cercando di coinvolgere in un’interrelazione diretta le piccole-medie aziende agricole e manifatturiere, con l’obiettivo finale di creare nuove opportunità di lavoro e dare ulteriore impulso ad aziende già esistenti.
L’ideatrice. Trentadue anni, laureata in Scienze della moda e del costume, grossetana con concept store a Capalbio (Albedo Studio), Irene Silvestri vanta un intenso curriculum sviluppato all’estero. «Le mie esperienze di studio tra Londra e Anversa si concentrano in un anno e mezzo circa ma hanno un avuto un impatto fondamentale sul carattere del mio lavoro. Da mesi ho teorizzato il progetto, che spero inizi a concretizzarsi nel 2018». Il 21 giugno scorso, con il riconoscimento conferitole dal Soroptimist Club di Grosseto (il primo premio Anna Maria Briganti “Arti e Mestieri” 2017), Irene ha lanciato la sua idea, che ora è arrivata anche sulla scrivania del presidente della Camera di Commercio, Riccardo Breda.
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A volte ritornano. «Fino agli anni Quaranta la Canapa Sativa – prosegue Irene – rappresentava in Italia e in alcune aree della Maremma una voce importante dell’economia preindustriale. A inizio Novecento, addirittura, veniva coltivata su più di centomila ettari di suolo nazionale, con un primato di qualità. Oggi la speranza è quella di riattivare i cicli di coltivazione di questa pianta nobile, con un approccio preferibilmente biologico, come materia prima per uso tessile, ma anche bioedile e addirittura come combustibile, in una società che cerca equilibrio tra uomo e natura. Sono arrivata alla canapa come designer alla ricerca di un materiale di qualità eco-compatibile. Nell’ambito del progetto Fdt vorrei puntare a una produzione semi-industriale, senza rinunciare, è ovvio, alla qualità naturale e biologica del filato, alla cura e al rispetto dell’ambiente e delle persone».
Il progetto. Irene parla di glocalizzazione, economia circolare e filiera dinamica territoriale (che è anche il nome del suo progetto). Ma cosa significa esattamente? E come si legano questi concetti alla canapa? «Il progetto – spiega – potrebbe rivitalizzare ambiti della produttività tradizionale come agricoltura e confezione dell’abbigliamento, offrendo quindi prospettive di sviluppo economico grazie all’attivazione di un impianto di prima trasformazione, per la produzione dei semilavorati (fibra e canapulo) e di un polo di sviluppo tessile (filatura e tessitura) per la stessa fibra di canapa». Ma è la sostenibilità il cuore dell’operazione, perché la canapa sativa è una coltivazione ecologica, che non richiede diserbanti o antiparassitari, con ridotte necessità di irrigazione. «Non solo – aggiunge l’imprenditrice – la canapa soffoca le infestanti e potrebbe essere compatibile con altre coltivazioni biologiche, inserendosi bene nelle rotazioni colturali delle aziende e assicurando la rivitalizzazione dei terreni. Inoltre, per il distretto territoriale maremmano, vorrei fosse previsto che tutte le varie fasi di lavorazione successive alla raccolta vengano attuate con mezzi sostenibili: dai processi artigianali fino agli impianti di alimentazione energetica».
La legge. La nuova legge sul sostegno e la promozione della coltivazione e della successiva trasformazione della canapa prevede incentivi interessanti laddove si rispettino una serie di parametri, di requisiti. La finalità principale è costituire filiere locali per la produzione e l’impiego industriale. Questo comporta pensare un progetto chiaro e realistico e il lavoro più grande – in fase di avviamento, nel caso di Irene Silvestri – è trovare aziende interessate e poi creare un mercato. E qui entra in gioco AssoCanapa.
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Assocanapa. «In questo momento – spiega il dottor Roberto Momi, di Assocanapa – l’uso che più tira è quello alimentare e la bioedilizia. Per l’alimentare c’è una lavorazione del seme e delle efflorescenze piuttosto semplice, immediata. Anche per questo in Italia si sta strutturando una rete commerciale per la distribuzione di prodotti come olio, farina e lavorati: pasta dolci, bevande. Poi c’è l’edilizia e, infine, il tessile. Ne parleremo in modo articolato venerdì». Assocanapa è il coordinamento nazionale delle aziende che si occupano di canapicoltura. In pratica mette in contatto, assiste e coordina le filiere.
Start up. Ma chi fosse interessato a produrre canapa cosa deve fare? «Il processo avviene in vari step – conclude il dottor Momi – ci vogliono un paio d’anni: prima la fase di sperimentazione poi la produzione. In primo luogo si deve seminare a macchia di leopardo, in un’area o una zona che aderisce alla filiera, le varietà ammesse dalla legge per la coltivazione. Poi si individuano i semi più adatti a seconda della zona. In Italia si stanno costituendo consorzi di imprese che andranno a produrre in base alle richieste di mercato. L’appuntamento del 15 dicembre a Grosseto serve a farci incontrare. È un meeting per misurare le forze in campo e le prospettive, per pianificare le possibili azioni, eventualmente per collaborare».
L’impianto. Assocanapa intende favorire l’avvio di nuove attività con il brevetto del seme certificato “Carmagnola”. Per realizzare un impianto di prima trasformazione servono circa cinquecento ettari di campi coltivati nel raggio di circa cinquanta / sessanta chilometri. L’impianto è certificato dal Cnr.
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