Così il Cristo diventa simbolo dell’alluvione
di Ivana Agostini
Sono passati 5 anni dal giorno del disastro La scultura porta sempre i segni del fango
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ALBINIA. Il 12 novembre del 2012 una grande parte di terra che da Albinia (Orbetello) corre fino a Marsiliana (Manciano) si ricoprì di fango. L’alluvione ha lasciato dietro di sé storie terribili di morte e distruzione ma ha regalato anche storie di amore, amicizia e generosità, svelando un’umanità profonda.
C’è chi in mezzo al quel fango si è innamorato come Gabriella Santi, che 5 anni fa era volontaria della Misericordia di Albinia, e Rudy Matossi arrivato nella frazione con la Protezione civile regionale. C’è la nascita di un’associazione (Con Albinia nel cuore) che con la vendita di braccialetti realizzati dopo l’alluvione ha ricostruito il parco per i bambini vicino a piazza delle Regioni. Ci sono i volti sorridenti dei tantissimi angeli del fango che hanno spalato, spazzato e recuperato decine di oggetti, restituendo agli alluvionati brandelli di vita sepolta. Agli angeli del fango gli albiniesi, per gratitudine e riconoscenza, hanno dedicato la piazza davanti alla Chiesa e accanto alla sede della Misericordia. Nei giorni in cui la Maremma e Albinia vivevano un dramma, ognuno cercava un motivo per cui rinascere, un appiglio a cui aggrapparsi per non sprofondare ancora di più in quel mare di fango arrivato all’improvviso attraverso l’Albegna. Un mare marrone che aveva preso il posto dei colori belli e caldi delle campagne in pieno autunno.
Una delle storie-simbolo, e degli oggetti-simbolo di quei giorni terribili, è il crocifisso di Albinia. A trovarlo in mezzo al fango, nella parte sotto la chiesa, furono 5 ragazzi di Porto Santo Stefano giunti nella frazione per dare una mano a chi aveva bisogno. Mentre i ragazzi cercavano di tirar fuori e recuperare il recuperabile apparve proprio lui, il Cristo, una lunga scultura con una maschera di fango da cui si intravedeva la sofferenza della crocifissione, accentuata dalla patina marrone che lo ricopriva. Era tutto scortecciato, il corpo: già rovinato dal tempo, era stato ulteriormente ferito dall’irruenza delle acque entrate in quelle stanze. Quel Cristo ferito e salvato, in quel momento, rappresentò per una comunità colpita al cuore un ritrovamento importante. Per chi ha il dono della fede il Cristo infangato ha significato una speranza, quella di poter ancora credere che le cose potessero tornare al loro posto, essere salvate.
L’opera adagiata sul suo lettino di legno per molto tempo è stato esposto. Forse ha raccolto preghiere e invocazioni di chi per un momento, pur avendo la fede, avrà vacillato per colpa della rabbia e del dolore. Cosa ne è stato di quella scultura, ora che sono passati 5 anni? Siamo andati a cercarla. Ed è sempre nelle stesse condizioni.
È in chiesa. Porta ancora i segni dell’alluvione. La parte terminale di una delle due gambe è tuttora rotta.
Don Antonio Scolesi, parroco di Albinia, ce lo mostra sollevando il telo e rimettendo a posto quel pezzetto di legno della gamba di Gesù. Così è rimasto per 5 anni, coperto da un telo bianco. Ferito come lo sono ancora gli animi e i cuori degli alluvionati. Non è mai stato restaurato, questo Cristo. E volutamente.
Ora riposa in una stanzina a pochi passi dalla sala parrocchiale e rimarrà così: porterà per sempre i segni del tempo e della distruzione che colpì Albinia. «Lo abbiamo lasciato così – spiega don Antonio – facendone quasi un simbolo di quei giorni». Non è mai stato ripulito per una precisa intenzione, affinché possa rappresentare, in qualche modo, l’immagine indelebile di un evento che ha lasciato ferite incancellabili.
Come non si potranno curare e guarire le sofferenze interiori di chi ha dovuto fare i conti con l’alluvione, così questo corpo diventerà il simbolo della sofferenza che rimarrà per sempre nell’animo delle persone. Il simbolo dell’alluvione. «Magari in alcune circostanze potrebbe essere esposto – continua don Antonio – Potremmo pensare di farlo, ma dal tempo dell’alluvione è rimasto sempre qui come lo vedete».
Nei giorni del disastro la chiesa di Albinia fu un luogo di ritrovo e non solo per la preghiera: si trasformò anche in un centro di accoglienza.
Oggi è il giorno in cui in quella stessa chiesa verrà celebrata una messa in ricordo dell’alluvione e, al suo esterno, sarà scoperta una targa per celebrare il coraggio degli alluvionati di Maremma. La mente di alcuni, forse, andrà a quella stanzina vicino alla sala parrocchiale dopo riposa un Gesù ferito che per tanti ha saputo essere fonte di speranza e di rinascita.
C’è chi in mezzo al quel fango si è innamorato come Gabriella Santi, che 5 anni fa era volontaria della Misericordia di Albinia, e Rudy Matossi arrivato nella frazione con la Protezione civile regionale. C’è la nascita di un’associazione (Con Albinia nel cuore) che con la vendita di braccialetti realizzati dopo l’alluvione ha ricostruito il parco per i bambini vicino a piazza delle Regioni. Ci sono i volti sorridenti dei tantissimi angeli del fango che hanno spalato, spazzato e recuperato decine di oggetti, restituendo agli alluvionati brandelli di vita sepolta. Agli angeli del fango gli albiniesi, per gratitudine e riconoscenza, hanno dedicato la piazza davanti alla Chiesa e accanto alla sede della Misericordia. Nei giorni in cui la Maremma e Albinia vivevano un dramma, ognuno cercava un motivo per cui rinascere, un appiglio a cui aggrapparsi per non sprofondare ancora di più in quel mare di fango arrivato all’improvviso attraverso l’Albegna. Un mare marrone che aveva preso il posto dei colori belli e caldi delle campagne in pieno autunno.
Una delle storie-simbolo, e degli oggetti-simbolo di quei giorni terribili, è il crocifisso di Albinia. A trovarlo in mezzo al fango, nella parte sotto la chiesa, furono 5 ragazzi di Porto Santo Stefano giunti nella frazione per dare una mano a chi aveva bisogno. Mentre i ragazzi cercavano di tirar fuori e recuperare il recuperabile apparve proprio lui, il Cristo, una lunga scultura con una maschera di fango da cui si intravedeva la sofferenza della crocifissione, accentuata dalla patina marrone che lo ricopriva. Era tutto scortecciato, il corpo: già rovinato dal tempo, era stato ulteriormente ferito dall’irruenza delle acque entrate in quelle stanze. Quel Cristo ferito e salvato, in quel momento, rappresentò per una comunità colpita al cuore un ritrovamento importante. Per chi ha il dono della fede il Cristo infangato ha significato una speranza, quella di poter ancora credere che le cose potessero tornare al loro posto, essere salvate.
L’opera adagiata sul suo lettino di legno per molto tempo è stato esposto. Forse ha raccolto preghiere e invocazioni di chi per un momento, pur avendo la fede, avrà vacillato per colpa della rabbia e del dolore. Cosa ne è stato di quella scultura, ora che sono passati 5 anni? Siamo andati a cercarla. Ed è sempre nelle stesse condizioni.
È in chiesa. Porta ancora i segni dell’alluvione. La parte terminale di una delle due gambe è tuttora rotta.
Don Antonio Scolesi, parroco di Albinia, ce lo mostra sollevando il telo e rimettendo a posto quel pezzetto di legno della gamba di Gesù. Così è rimasto per 5 anni, coperto da un telo bianco. Ferito come lo sono ancora gli animi e i cuori degli alluvionati. Non è mai stato restaurato, questo Cristo. E volutamente.
Ora riposa in una stanzina a pochi passi dalla sala parrocchiale e rimarrà così: porterà per sempre i segni del tempo e della distruzione che colpì Albinia. «Lo abbiamo lasciato così – spiega don Antonio – facendone quasi un simbolo di quei giorni». Non è mai stato ripulito per una precisa intenzione, affinché possa rappresentare, in qualche modo, l’immagine indelebile di un evento che ha lasciato ferite incancellabili.
Come non si potranno curare e guarire le sofferenze interiori di chi ha dovuto fare i conti con l’alluvione, così questo corpo diventerà il simbolo della sofferenza che rimarrà per sempre nell’animo delle persone. Il simbolo dell’alluvione. «Magari in alcune circostanze potrebbe essere esposto – continua don Antonio – Potremmo pensare di farlo, ma dal tempo dell’alluvione è rimasto sempre qui come lo vedete».
Nei giorni del disastro la chiesa di Albinia fu un luogo di ritrovo e non solo per la preghiera: si trasformò anche in un centro di accoglienza.
Oggi è il giorno in cui in quella stessa chiesa verrà celebrata una messa in ricordo dell’alluvione e, al suo esterno, sarà scoperta una targa per celebrare il coraggio degli alluvionati di Maremma. La mente di alcuni, forse, andrà a quella stanzina vicino alla sala parrocchiale dopo riposa un Gesù ferito che per tanti ha saputo essere fonte di speranza e di rinascita.
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