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Omicidio di Irina Messa in dubbio la premeditazione
di Francesca Gori
Il fascicolo torna alla Corte d’Appello per le motivazioni Per la Cassazione Bertini era capace di intendere e volere
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GROSSETO. Un calcolo che non tornerebbe, quello secondo il quale Sergio Bertini, l’uomo condannato a trent’anni dal tribunale di Grosseto per l’omicidio di Irina Meynster, avvenuto il 13 ottobre di quattro anni fa, avrebbe dovuto scontare 27 anni di carcere. E l’esigenza di motivare meglio l’aggravante della premeditazione. Sono questi i due punti a favore segnati dalla difesa del tecnico informatico cinquantunenne che i giudici della Suprema corte hanno evidenziato nelle motivazioni della sentenza grazie alla quale il fascicolo che riguarda l’uomo torna ora in Corte d’Appello.
Nella vita dell’uomo quindi, si potrebbe aprire uno spiraglio: se l’aggravante della premeditazione venisse cassata dai giudici, la pena che Bertini dovrebbe espiare sarebbe minore.
A chiedere ulteriori elementi è stata infatti la Corte di Cassazione, alla quale Bertini, condannato a 19 anni dai giudici fiorentini per l’omicidio della sua compagna aveva presentato ricorso dopo la sentenza d’Appello.
Bertini è tuttora rinchiuso nel carcere di Massa Carrara, con una condanna per omicidio volontario aggravato e soppressione di cadavere.
Tra i motivi del ricorso presentato dall’avvocato dell’uomo, c’era anche quello che riguardava appunto la premeditazione dell’omicidio. Secondo il legale di Bertini non era in grado di intendere e volere. Su questo punto però i giudici della Suprema corte non sono stati d’accordo con i motivi del ricorso e lo hanno respinto. Ma qualche dubbio sulla premeditazione lo hanno comunque mostrato: la Corte d’Appello, se vuole sostenere quella linea e quindi quella sentenza, dovrà motivare in altro modo il mantenimento di quest’aggravante. Anche sul trattamento sanzionatorio i giudici romani hanno chiesto ulteriori precisazioni ai colleghi fiorentini: Bertini è stato condannato per omicidio a una pena di 27 anni quando il massimo edittale è 24 anni.
Ma è soprattutto sulla premeditazione che ora si gioca la partita in tribunale: secondo i giudici della Corte di cassazione infatti, i colleghi fiorentini non si sarebbero soffermati sul lasso temporale trascorso tra «l’insorgenza della determinazione omicida - scrivono - e la sua esecuzione».
La vera breccia in questa vicenda potrebbe essere aperta proprio dai dubbi sollevati dalla Cassazione sulla premeditazione. Irina Meynster fu uccisa da Sergio Bertini nel loro appartamento in via Ansedonia. L’uomo le strinse il collo, spiegando poi di averla solo abbracciata con troppa forza. Poi spogliò il corpo della sua compagna, lo avvolse in alcune coperte e lo caricò nel bagagliaio della sua auto per andare a gettarlo a Punta Cana, all’Argentario, in un dirupo. Sperava che quel cadavere venisse trovato dai cinghiali, sperava che lo facessero così sparire. Simulò la scomparsa della donna, lanciò l’allarme anche alla trasmissione Chi l’ha visto. Bertini fu arrestato e confessò. Il cinquantunenne crollò davanti al corpo della sua compagna e confessò l’omicidio.
Nella vita dell’uomo quindi, si potrebbe aprire uno spiraglio: se l’aggravante della premeditazione venisse cassata dai giudici, la pena che Bertini dovrebbe espiare sarebbe minore.
A chiedere ulteriori elementi è stata infatti la Corte di Cassazione, alla quale Bertini, condannato a 19 anni dai giudici fiorentini per l’omicidio della sua compagna aveva presentato ricorso dopo la sentenza d’Appello.
Bertini è tuttora rinchiuso nel carcere di Massa Carrara, con una condanna per omicidio volontario aggravato e soppressione di cadavere.
Tra i motivi del ricorso presentato dall’avvocato dell’uomo, c’era anche quello che riguardava appunto la premeditazione dell’omicidio. Secondo il legale di Bertini non era in grado di intendere e volere. Su questo punto però i giudici della Suprema corte non sono stati d’accordo con i motivi del ricorso e lo hanno respinto. Ma qualche dubbio sulla premeditazione lo hanno comunque mostrato: la Corte d’Appello, se vuole sostenere quella linea e quindi quella sentenza, dovrà motivare in altro modo il mantenimento di quest’aggravante. Anche sul trattamento sanzionatorio i giudici romani hanno chiesto ulteriori precisazioni ai colleghi fiorentini: Bertini è stato condannato per omicidio a una pena di 27 anni quando il massimo edittale è 24 anni.
Ma è soprattutto sulla premeditazione che ora si gioca la partita in tribunale: secondo i giudici della Corte di cassazione infatti, i colleghi fiorentini non si sarebbero soffermati sul lasso temporale trascorso tra «l’insorgenza della determinazione omicida - scrivono - e la sua esecuzione».
La vera breccia in questa vicenda potrebbe essere aperta proprio dai dubbi sollevati dalla Cassazione sulla premeditazione. Irina Meynster fu uccisa da Sergio Bertini nel loro appartamento in via Ansedonia. L’uomo le strinse il collo, spiegando poi di averla solo abbracciata con troppa forza. Poi spogliò il corpo della sua compagna, lo avvolse in alcune coperte e lo caricò nel bagagliaio della sua auto per andare a gettarlo a Punta Cana, all’Argentario, in un dirupo. Sperava che quel cadavere venisse trovato dai cinghiali, sperava che lo facessero così sparire. Simulò la scomparsa della donna, lanciò l’allarme anche alla trasmissione Chi l’ha visto. Bertini fu arrestato e confessò. Il cinquantunenne crollò davanti al corpo della sua compagna e confessò l’omicidio.
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