«Un sibilo spaventoso e poi inizia l’inferno»
di Paolo Franzò
La testimonianza di un grossetano in piazza San Carlo a Torino
4 MINUTI DI LETTURA
TORINO. Non è facile raccontare un’esperienza, come quella vissuta in piazza San Carlo a Torino. Panico, paura, rabbia. Il giorno dopo la finale di Champions, alle migliaia di persone che avevano affollato la centralissima piazza torinese, nella speranza di vivere una serata di festa, del risultato sportivo non importa davvero un bel niente.
È già tanto non essere finiti in ospedale. È quasi incredibile che il bilancio finale non sia stato ben più grave. Alla fine non è stato un attentato, ma il risultato nella reazione delle persone, è stato lo stesso. Chissà, forse per la psicosi quotidiana che certi eventi hanno indotto nella testa delle persone. Poi, più o meno nello stesso momento in cui a Londra, l’attentato c’era per davvero.
Fatto sta che, mentre sul maxischermo la partita sta andando avanti, poco dopo il terzo gol del Real, dal lato sinistro della piazza, guardando lo schermo, comincio a sentire un sibilo stranissimo, mai sentito, sempre più forte, spaventoso. Mi giro appunto verso sinistra ed è un attimo. La folla sbanda e la gente comincia a urlare e a correre verso di me. Si sente un botto fortissimo, ma in quei momenti non pensi. Non ne hai tempo. Dentro di te scatta solo l’istinto di sopravvivenza. Vorresti correre via anche tu, ma è impossibile. Davanti hai un muro di persone e quelli che da sinistra spingono per scappare ti travolgono. Cerco di rimanere in piedi, mentre tengo forte la mano di Manuela. A lei del calcio non interessa neanche tanto, ma voleva condividere con me una serata di festa.
Lentamente vado giù, è impossibile resistere alla spinta. Corpi sul mio e io a mia volta finisco sopra altre persone. Mi volano via gli occhiali, mentre stringo forte la mano di Manuela, ma non riesco a vederla. Anche lei ha persone che la stanno schiacciando. In quel momento, l’unico pensiero è che non voglio morire. Non così. Per chi era stato all’Heysel come me, 32 anni prima, sembra un déjavu, anche se stavolta non è lo stadio, ma una piazza. Poi, finalmente le persone riescono a rialzarsi, chi ce la fa. Manuela è in piedi per prima, mi tira per un braccio, ma io ho ancora persone sulle gambe e non riesco ad alzarmi. Lo farò poco dopo, ma intanto ci siamo persi. Comincio a correre anche io verso l’uscita, ma i portici della piazza sono un muro di persone insanguinate e terrorizzate.
Segue una seconda ondata di terrore e via di nuovo tutti di corsa verso un uscita troppo piccola per tutta quella gente. La mente intanto torna lucida. Ti guardi intorno per cercare di capire cosa stia accadendo, ma è impossibile rendersi conto. Poi, ritrovo la mia compagna di avventura; ha un ginocchio che perde sangue, io un paio di graffi, ma tutto sommato nulla per quello che è stato. Finalmente riusciamo a guadagnare l’uscita dalla piazza, ma non è finita.
Poco dopo, in una via attigua, un’altra carica. Di chi? Forse non lo sapremo mai, ma il panico è di nuovo lo stesso, anche perché se ne sentono di tutti i colori. Quando finalmente torna un po’di quiete, ecco le prime ambulanze. Ma è tutto disorganizzato. I medici sono pochissimi e la gente ferita tantissima. Impossibile farsi medicare, perché c’è chi sta molto peggio.
Di sicuro, ci sono precise responsabilità per quanto è accaduto. A cominciare dal divieto di portare bottiglie di vetro. Alle 18.30, per entrare in Piazza San Carlo, controlli serrati agli accessi, da parte delle forze dell’ordine che sequestrano centinaia di bottiglie di birra. Non servirà a niente, perché dentro, gli abusivi ne venderanno a profusione per tutta la sera, con il selciato che lentamente diventerà uno strato di cocci di vetro. Com’è possibile? Altrimenti, i tifosi feriti sarebbero stati molti di meno. Così come, consentire ai più temerari di occupare il monumento al centro della piazza, senza presidiarlo in maniera adeguata, avrebbe evitato altri guai. Sicuramente, un’organizzazione troppo “soft”. Inaccettabile di questi tempi, anche perché si sapeva che la piazza sarebbe stato occupata da migliaia di tifosi provenienti da tutta Italia e la rabbia, dopo, è anche per questo. Alla fine, sul campo restano migliaia di paia di scarpe, occhiali, cellulari, borse, effetti personali e purtroppo, i soliti sciacalli, odiosi quanto quello che è accaduto. Infine, l’odissea per tornare a casa, col centro tutto chiuso, niente mezzi pubblici e neppure taxi. Mi chiedo di quei bambini che col loro babbo erano venuti in piazza per una serata di festa. Lo sguardo attonito su quella piazza e una sola domanda che ti gira in testa: perché?
SERVIZI DA PAG.2 A PAG.5
È già tanto non essere finiti in ospedale. È quasi incredibile che il bilancio finale non sia stato ben più grave. Alla fine non è stato un attentato, ma il risultato nella reazione delle persone, è stato lo stesso. Chissà, forse per la psicosi quotidiana che certi eventi hanno indotto nella testa delle persone. Poi, più o meno nello stesso momento in cui a Londra, l’attentato c’era per davvero.
Fatto sta che, mentre sul maxischermo la partita sta andando avanti, poco dopo il terzo gol del Real, dal lato sinistro della piazza, guardando lo schermo, comincio a sentire un sibilo stranissimo, mai sentito, sempre più forte, spaventoso. Mi giro appunto verso sinistra ed è un attimo. La folla sbanda e la gente comincia a urlare e a correre verso di me. Si sente un botto fortissimo, ma in quei momenti non pensi. Non ne hai tempo. Dentro di te scatta solo l’istinto di sopravvivenza. Vorresti correre via anche tu, ma è impossibile. Davanti hai un muro di persone e quelli che da sinistra spingono per scappare ti travolgono. Cerco di rimanere in piedi, mentre tengo forte la mano di Manuela. A lei del calcio non interessa neanche tanto, ma voleva condividere con me una serata di festa.
Lentamente vado giù, è impossibile resistere alla spinta. Corpi sul mio e io a mia volta finisco sopra altre persone. Mi volano via gli occhiali, mentre stringo forte la mano di Manuela, ma non riesco a vederla. Anche lei ha persone che la stanno schiacciando. In quel momento, l’unico pensiero è che non voglio morire. Non così. Per chi era stato all’Heysel come me, 32 anni prima, sembra un déjavu, anche se stavolta non è lo stadio, ma una piazza. Poi, finalmente le persone riescono a rialzarsi, chi ce la fa. Manuela è in piedi per prima, mi tira per un braccio, ma io ho ancora persone sulle gambe e non riesco ad alzarmi. Lo farò poco dopo, ma intanto ci siamo persi. Comincio a correre anche io verso l’uscita, ma i portici della piazza sono un muro di persone insanguinate e terrorizzate.
Segue una seconda ondata di terrore e via di nuovo tutti di corsa verso un uscita troppo piccola per tutta quella gente. La mente intanto torna lucida. Ti guardi intorno per cercare di capire cosa stia accadendo, ma è impossibile rendersi conto. Poi, ritrovo la mia compagna di avventura; ha un ginocchio che perde sangue, io un paio di graffi, ma tutto sommato nulla per quello che è stato. Finalmente riusciamo a guadagnare l’uscita dalla piazza, ma non è finita.
Poco dopo, in una via attigua, un’altra carica. Di chi? Forse non lo sapremo mai, ma il panico è di nuovo lo stesso, anche perché se ne sentono di tutti i colori. Quando finalmente torna un po’di quiete, ecco le prime ambulanze. Ma è tutto disorganizzato. I medici sono pochissimi e la gente ferita tantissima. Impossibile farsi medicare, perché c’è chi sta molto peggio.
Di sicuro, ci sono precise responsabilità per quanto è accaduto. A cominciare dal divieto di portare bottiglie di vetro. Alle 18.30, per entrare in Piazza San Carlo, controlli serrati agli accessi, da parte delle forze dell’ordine che sequestrano centinaia di bottiglie di birra. Non servirà a niente, perché dentro, gli abusivi ne venderanno a profusione per tutta la sera, con il selciato che lentamente diventerà uno strato di cocci di vetro. Com’è possibile? Altrimenti, i tifosi feriti sarebbero stati molti di meno. Così come, consentire ai più temerari di occupare il monumento al centro della piazza, senza presidiarlo in maniera adeguata, avrebbe evitato altri guai. Sicuramente, un’organizzazione troppo “soft”. Inaccettabile di questi tempi, anche perché si sapeva che la piazza sarebbe stato occupata da migliaia di tifosi provenienti da tutta Italia e la rabbia, dopo, è anche per questo. Alla fine, sul campo restano migliaia di paia di scarpe, occhiali, cellulari, borse, effetti personali e purtroppo, i soliti sciacalli, odiosi quanto quello che è accaduto. Infine, l’odissea per tornare a casa, col centro tutto chiuso, niente mezzi pubblici e neppure taxi. Mi chiedo di quei bambini che col loro babbo erano venuti in piazza per una serata di festa. Lo sguardo attonito su quella piazza e una sola domanda che ti gira in testa: perché?
SERVIZI DA PAG.2 A PAG.5
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
