ADDIO AI DURI PAESAGGI INDUSTRIALI
di STEFANO ADAMI
«Ti ho dato gli anni migliori della mia vita». L’amara frase classica, odorosa di bilanci finali, che vola in una coppia quando le cose vanno di balta. Negli ultimi tempi volava meno: ci si buttava...
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«Ti ho dato gli anni migliori della mia vita». L’amara frase classica, odorosa di bilanci finali, che vola in una coppia quando le cose vanno di balta. Negli ultimi tempi volava meno: ci si buttava sull’assegno post separazione. Adesso che i tribunali lo limano, si torna a quella frase. Questi tribunali monelli, danno notizie tristi ai separandi e al ministro Franceschini. Che cos’è diventata la vita oggi, signori miei.
La frase si usava anche tra forza lavoro e padronato, in certi tempi. Ma erano altri tempi: allora la classe operaia voleva andare in paradiso. Voleva imporre regole alla produzione. Contenerla. Negli ultimi decenni la forza lavoro quiesce. Dopo la crisi poi, per carità, alla forza lavoro si insegna che deve gioire già solo per il fatto di non essere forza non lavoro. Oppure di non essere nella situazione di lavorare senza guadagnare, in attesa di far laureare figli che lavoreranno senza paga.
Prendete il caso Coop (“Coppe” per gli amici). Si leggono da tempo titoli di chiusure, mobilità, licenziamenti (forse), uscite, fuoriuscite. Bonus per fuoriuscire. Centro Italia, Sud Italia, Emilia. Le Coop hanno nomi gloriosi che riflettono una nobile e combattiva rossa eredità ottocentesca e primonovecentesca di associazionismo dal basso in difesa del lavoro. La proletaria, la piccola minatrice, lo zolfatarello, la falcetta, il martellino. Una storia ormai archiviata, consegnata agli annali degli istituti di ricerca. Il rosso cancellato da molto. Forse il punto di svolta fu la pubblicità Coop firmata da Woody Allen.
Addio duri paesaggi industriali, altoforni di memoria anglosassone, unte catene di montaggio, ciocie che drusciano sui pavimenti di terra battuta, pantaloni di fustagno tenuti su con lo spago, zoccoli di legno che affogano nel fango delle paludi da colmare, fughe da palazzi abusivi piazzati da grasse mani politiche ai confini della città. Denunce degli stessi. Addio. Da tempo le coop assumono bocconiani blairiani (in doppiopetto a righe di Jermyn Street) che giocano cogli iphone sulle piazze finanziarie di tutto il mondo al ritmo della turbofinanza. Che diversificano in tutti i campi e delocalizzano. Nei corridoi della grande distribuzione si son visti perfino aggirarsi furtivi Mario Monti e George Soros. Un po’ volevano comprare l’olio Coop per condirci l’insalata («dicono che è bono»), un po’ li avevano chiamati per consulenze. Dopo la Grande Crisi del 2007, poi, figuriamoci. Dappertutto si dice che non ci sono i soldi. Non ci sono due lire per fare alcunché. Se vuoi lavorare, magari è il caso che ti paghi lo stipendio da solo. Hai risparmiato, negli anni, per pagartelo? No? Male. Vuoi andare in pensione? L’ape ce l’hai? Le unghie sono nettate? Quanto durerà questa Grande Crisi? Decenni, dicono gli esperti. L’avevano essi prevista? Nemmeno.
Forse sempre durerà. Intanto però i grandi investimenti e dividendi si continuano a fare. La produzione deborda. Miracolo. Mistero. Grandi accumulazione di merci da supermercato e di merci umane. Poi però arriva il momento in cui le merci umane devono essere stoccate. Passate all’ufficio stoccaggio; chissà, magari c’è qualcosa.
La frase si usava anche tra forza lavoro e padronato, in certi tempi. Ma erano altri tempi: allora la classe operaia voleva andare in paradiso. Voleva imporre regole alla produzione. Contenerla. Negli ultimi decenni la forza lavoro quiesce. Dopo la crisi poi, per carità, alla forza lavoro si insegna che deve gioire già solo per il fatto di non essere forza non lavoro. Oppure di non essere nella situazione di lavorare senza guadagnare, in attesa di far laureare figli che lavoreranno senza paga.
Prendete il caso Coop (“Coppe” per gli amici). Si leggono da tempo titoli di chiusure, mobilità, licenziamenti (forse), uscite, fuoriuscite. Bonus per fuoriuscire. Centro Italia, Sud Italia, Emilia. Le Coop hanno nomi gloriosi che riflettono una nobile e combattiva rossa eredità ottocentesca e primonovecentesca di associazionismo dal basso in difesa del lavoro. La proletaria, la piccola minatrice, lo zolfatarello, la falcetta, il martellino. Una storia ormai archiviata, consegnata agli annali degli istituti di ricerca. Il rosso cancellato da molto. Forse il punto di svolta fu la pubblicità Coop firmata da Woody Allen.
Addio duri paesaggi industriali, altoforni di memoria anglosassone, unte catene di montaggio, ciocie che drusciano sui pavimenti di terra battuta, pantaloni di fustagno tenuti su con lo spago, zoccoli di legno che affogano nel fango delle paludi da colmare, fughe da palazzi abusivi piazzati da grasse mani politiche ai confini della città. Denunce degli stessi. Addio. Da tempo le coop assumono bocconiani blairiani (in doppiopetto a righe di Jermyn Street) che giocano cogli iphone sulle piazze finanziarie di tutto il mondo al ritmo della turbofinanza. Che diversificano in tutti i campi e delocalizzano. Nei corridoi della grande distribuzione si son visti perfino aggirarsi furtivi Mario Monti e George Soros. Un po’ volevano comprare l’olio Coop per condirci l’insalata («dicono che è bono»), un po’ li avevano chiamati per consulenze. Dopo la Grande Crisi del 2007, poi, figuriamoci. Dappertutto si dice che non ci sono i soldi. Non ci sono due lire per fare alcunché. Se vuoi lavorare, magari è il caso che ti paghi lo stipendio da solo. Hai risparmiato, negli anni, per pagartelo? No? Male. Vuoi andare in pensione? L’ape ce l’hai? Le unghie sono nettate? Quanto durerà questa Grande Crisi? Decenni, dicono gli esperti. L’avevano essi prevista? Nemmeno.
Forse sempre durerà. Intanto però i grandi investimenti e dividendi si continuano a fare. La produzione deborda. Miracolo. Mistero. Grandi accumulazione di merci da supermercato e di merci umane. Poi però arriva il momento in cui le merci umane devono essere stoccate. Passate all’ufficio stoccaggio; chissà, magari c’è qualcosa.
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