Il presidio
Lezioni di potatura dal custode degli alberi
di Francesca Ferri
Riccardo Ferrari spiega perché capitozzare è sbagliato. E perché, per la salute della pianta e del portafogli, bisogna arrampicarsi
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GROSSETO. A vederlo dal basso sembra quasi un gioco. Prima ci si arrampica legati a sicure funi, poi si passa da un ramo all’altro appollaiandosi ora qua ora là. Un po’ d’invidia viene, bisogna ammetterlo, a vedere come i ragazzi si muovono con sicurezza a metri e metri dal terreno. Eppure non è un gioco. È un lavoro, studiato nei minimi dettagli, che segue precise regole scientifiche – oltreché di sicurezza – e dal quale chi ne trae il maggior godimento è proprio lui, il grande albero.
Perché il tree climbing, l’arrampicata sugli alberi, in questo caso serve a sfrondare e potare la chioma in modo rispettoso della pianta, ecologico e, a detta dei professionisti che lo praticano, meno costoso. Insomma, un modo rivoluzionario che potrebbe prendere il posto delle più diffuse tecniche di potatura “selvaggia”, l’orribile capitozzatura, la cui efficacia è sempre più spesso messa in dubbio.
Ieri mattina, nel camminamento tra i bastioni Garibaldi e il Cinghialino, è salito in cattedra, anzi, “in chioma”, Riccardo Ferrari, 43 anni, da 15 anni esperto di tree climbing, grossetano, uno dei massimi esperti a livello nazionale di questa pratica. Perito agrario, diplomato al Leopoldo II di Lorena di Grosseto e perfezionatosi in giro per il mondo, è anche istruttore, autore del saggio “Chi pianta alberi vive due volte”, formatore e titolare della società Tree boy. Ferrari ha tenuto una lezione pratica, operando su un leccio, ad alcune classi della sua ex scuola, ospite del Comune che sta coinvolgendo alcune figure professionali e le scuole in un percorso di valorizzazione delle Mura. Un’occasione – che ha visto anche il breve saluto del sindaco Antonfrancesco Vivarelli Colonna e dell’assessore ai lavori pubblici Riccardo Megale – per spiegare ai ragazzi la tecnica e far conoscere loro una nuova promettente professione. Con lui i colleghi Roberto Tognetti e Andrea Germinario.
«La tecnica di come si deve intervenire sull’albero è la stessa: il tree climbing è solo uno strumento che ti permette di intervenire in modo più ecologico ed economico perché non devi usare la piattaforma elevatrice», spiega Ferraris.
Ferrari lo dice chiaramente: la capitozzatura è sbagliata e uccide la pianta. «Gli alberi – spiega – si nutrono attraverso le foglie: eliminando in maniera severe la percentuale di foglie e biomassa, si mandano in denutrizione. In più si aprono grandi ferite e si altera un ordine architettonico su cui l’albero contava dal punto di vista biomeccanico della stabilità: i rami servono a creare bilanciamento».
Trovandosi “nudo”, poi, l’albero cerca in fretta di rifare rami e foglie, ma la fretta rende le nuove strutture più deboli. Un processo a cascata. «L’albero è un meccanismo bipolare – prosegue Ferrari – e quindi si indeboliscono anche le radici. L’albero in sostanza si destabilizza, il legno si caria e tutto l’albero, sia dal punto di vista fisiologico e anatomico, viene minato. Insomma, si fa un danno».
Ma quanto verde si può togliere? «Dipende dall’età dell’albero, ma comunque non oltre il 30 per cento e con tagli non oltre dieci centimetri di diametro».
Viene molto da riflettere pensando a quanti alberi in città abbiano ricevuto questo trattamento radicale, finendo per assomigliare a degli attaccapanni. Destò polemiche, l’anno scorso, la capitozzatura dei platani lungo la Senese, e ne nacque una petizione, promossa, tra gli altri, da Matteo Della Negra.
«Il ramo – dice Ferrari – deve mantenere un profilo naturale. La potatura corretta è quella che non si vede. Oggi (ieri) abbiamo tolto a quel leccio un centinaio di chili, ma quasi non si vede».
Ma quanto sarebbe costata una capitozzatura? «Se spendi meno, ma danneggi la pianta alla lunga spendi di più – spiega –. Nell’immediato pensiamo anche solo alla quantità di frasche da smaltire che, potando arrampicati sull’albero, è molto inferiore. E in più non ritocchi l’albero per 5 anni; con la capitozzatura ci devi tornare l’anno dopo».
Perché il tree climbing, l’arrampicata sugli alberi, in questo caso serve a sfrondare e potare la chioma in modo rispettoso della pianta, ecologico e, a detta dei professionisti che lo praticano, meno costoso. Insomma, un modo rivoluzionario che potrebbe prendere il posto delle più diffuse tecniche di potatura “selvaggia”, l’orribile capitozzatura, la cui efficacia è sempre più spesso messa in dubbio.
Ieri mattina, nel camminamento tra i bastioni Garibaldi e il Cinghialino, è salito in cattedra, anzi, “in chioma”, Riccardo Ferrari, 43 anni, da 15 anni esperto di tree climbing, grossetano, uno dei massimi esperti a livello nazionale di questa pratica. Perito agrario, diplomato al Leopoldo II di Lorena di Grosseto e perfezionatosi in giro per il mondo, è anche istruttore, autore del saggio “Chi pianta alberi vive due volte”, formatore e titolare della società Tree boy. Ferrari ha tenuto una lezione pratica, operando su un leccio, ad alcune classi della sua ex scuola, ospite del Comune che sta coinvolgendo alcune figure professionali e le scuole in un percorso di valorizzazione delle Mura. Un’occasione – che ha visto anche il breve saluto del sindaco Antonfrancesco Vivarelli Colonna e dell’assessore ai lavori pubblici Riccardo Megale – per spiegare ai ragazzi la tecnica e far conoscere loro una nuova promettente professione. Con lui i colleghi Roberto Tognetti e Andrea Germinario.
«La tecnica di come si deve intervenire sull’albero è la stessa: il tree climbing è solo uno strumento che ti permette di intervenire in modo più ecologico ed economico perché non devi usare la piattaforma elevatrice», spiega Ferraris.
Ferrari lo dice chiaramente: la capitozzatura è sbagliata e uccide la pianta. «Gli alberi – spiega – si nutrono attraverso le foglie: eliminando in maniera severe la percentuale di foglie e biomassa, si mandano in denutrizione. In più si aprono grandi ferite e si altera un ordine architettonico su cui l’albero contava dal punto di vista biomeccanico della stabilità: i rami servono a creare bilanciamento».
Trovandosi “nudo”, poi, l’albero cerca in fretta di rifare rami e foglie, ma la fretta rende le nuove strutture più deboli. Un processo a cascata. «L’albero è un meccanismo bipolare – prosegue Ferrari – e quindi si indeboliscono anche le radici. L’albero in sostanza si destabilizza, il legno si caria e tutto l’albero, sia dal punto di vista fisiologico e anatomico, viene minato. Insomma, si fa un danno».
Ma quanto verde si può togliere? «Dipende dall’età dell’albero, ma comunque non oltre il 30 per cento e con tagli non oltre dieci centimetri di diametro».
Viene molto da riflettere pensando a quanti alberi in città abbiano ricevuto questo trattamento radicale, finendo per assomigliare a degli attaccapanni. Destò polemiche, l’anno scorso, la capitozzatura dei platani lungo la Senese, e ne nacque una petizione, promossa, tra gli altri, da Matteo Della Negra.
«Il ramo – dice Ferrari – deve mantenere un profilo naturale. La potatura corretta è quella che non si vede. Oggi (ieri) abbiamo tolto a quel leccio un centinaio di chili, ma quasi non si vede».
Ma quanto sarebbe costata una capitozzatura? «Se spendi meno, ma danneggi la pianta alla lunga spendi di più – spiega –. Nell’immediato pensiamo anche solo alla quantità di frasche da smaltire che, potando arrampicati sull’albero, è molto inferiore. E in più non ritocchi l’albero per 5 anni; con la capitozzatura ci devi tornare l’anno dopo».
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