Il Tirreno

Grosseto

Don Alejandro: «Siamo tutti indigeni» 

di Sara Landi
Don Alejandro: «Siamo tutti indigeni» 

A Grosseto la lezione del sacerdote candidato al Nobel per la pace e del portavoce per i diritti dei nuovi desaparecidos

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GROSSETO. Grazie alla Fondazione Luciano Bianciardi Grosseto ha avuto l’onore di ospitare sabato mattina due protagonisti di spicco nel campo dell’impegno e della tutela dei diritti umani come padre Alejandro Solalinde, sacerdote messicano candidato al premio Nobel per la pace 2017 e fondatore di “Hermanos en el Camino”, una casa rifugio per migranti che dal Messico vogliono raggiungere gli Stati Uniti, e di Enrico Calamai, diplomatico e attuale portavoce del comitato “Verità e giustizia per i nuovi desaparecidos del Mediterraneo”.
Padre Solalinde e Calamai hanno partecipato al convegno internazionale “Migranti. Il Messico, il Mediterraneo, l’Italia” che la Fondazione Bianciardi ha organizzato con il sostegno del ministero dei Beni culturali e in collaborazione con l’Editrice missionaria italiana Emi (che pubblica i libri di padre Alejandro) e con Amnesty International. Come ha spiegato in apertura il presidente della Fondazione Massimiliano Marcucci a fare da tramite per l’arrivo in città di padre Solalinde è stato il grossetano Annibale Quaresima che lavora nel campo della cooperazione internazionale e ha trascorso molti mesi in Messico a fianco del sacerdote, che vive sotto scorta a causa delle minacce di morte da parte dei narcotrafficanti. «La migrazione è un fenomeno mondiale, globale – dice padre Alejandro – Alcuni guardano i migranti con compassione, altri con paura ma prima di tutto bisogna considerare che è un fenomeno diverso dalle migrazioni precedenti. Questa non è una migrazione spontanea ma causata dal sistema neoliberista e capitalista, cioè dal Nord del mondo. Quelle che arrivano non sono persone povere ma impoverite. Siamo noi come paesi coloniali che abbiamo distrutto e depredato i loro paesi di partenza: anche se è successo tanto tempo fa le conseguenze della storia durano a lungo».
Sono tre per padre Solalinde le motivazioni che provocano questi grandi flussi di persone dal Sud al Nord del mondo. «In primo luogo scappano dalla guerra e da situazioni di violenza, poi c’è la povertà. E poi non dimentichiamoci che molti di loro sono giovani e come tutti i giovani di qualunque posto del mondo sognano una vita migliore». Quanto alla paura, dice padre Solalinde, «proviamo paura di fronte a ciò che non conosciamo o che non riusciamo a comprendere. Allora applichiamo le etichette e diciamo che coloro che arrivano sono tutti terroristi o ci rubano il lavoro. In realtà i migranti non vengono per conquistarci ma ci ricordano che siamo tutti spiritualmente indigenti e tutti bisognosi delle stesse cose». Infine una chiusura che richiama il senso del nome della sua opera missionaria, Hermanos en el Camino. «Dio cammina con i migranti e non dimentichiamo che la diversità è opera di Dio».
Calamai, forte della sua esperienza di lungo corso come diplomatico (è l’ex viceconsole in Argentina al tempo della dittatura militare) ha tracciato un parallelismo tra epoche storiche diverse e il presente in cui i migranti muoiono a migliaia nel deserto o nel Mediterraneo nell’indifferenza generale. «Sta accadendo – dice Calamai – ciò che successe durante il nazismo con la Shoah e durante la dittatura in Argentina ai danni dei desaparecidos. Nessuno vede perché dei migranti che muoiono nel deserto non ci sono immagini, nessuno ne parla e quindi agli occhi dell’opinione pubblica tutto ciò non sta in realtà accadendo. Lo scopo è proprio quello: i migranti devono morire prima di imbarcarsi perché così la loro morte non si vede e quindi non esiste. Ancora non possiamo parlare di genocidio perché non tutti muoiono ma credo che dovremo arrivare a una sorta di processo di Norimberga per quanto sta accadendo nel Mediterraneo». Calamai ha inoltre contestato l’attacco politico e mediatico subito dalle organizzazioni non governative nell’ultimo periodo: «Quando la gente vede il dramma dei migranti non si tira indietro e vuole fare qualcosa come è successo quando i migranti arrivavano a fiumi dalla frontiera terrestre. Fare la guerra alle Ong che si danno da fare per salvare vite umane è una vergogna. Ciò che fa morire la gente è l’indifferenza».
Dopo padre Solalinde e Calamai il convegno ha proposto una tavola rotonda “I migranti nel territorio grossetano” coordinata dal sociologo Moreno Toigo: sono intervenuti alcuni operatori del sistema dell’accoglienza in provincia di Grosseto. È stata inoltre presentata la Rete antidiscriminazione grossetana Nessuno escluso.

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