Il Tirreno

Grosseto

«Gino va assolto, era succube della madre» 

«Gino va assolto, era succube della madre» 

L’arringa dell’avvocato Nunzi dopo la richiesta di condanna a 10 anni per il delitto di Pontenure

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PIACENZA. «Gino Laurini deve essere assolto perché non aveva alcuna volontà di uccidere». L’avvocato Sandro Nunzi, difensore del giovane di 23 anni accusato di aver ucciso la nonna Giuseppina Pierini, insieme alla madre Maria Grazia Guidoni, conclude così l’arringa di fronte al giudice Adele Savastano, al Tribunale di Piacenza.
Più di tre ore di intervento, accompagnate da qualche decina di minuti di dichiarazioni spontanee dello stesso Gino. Parole che non hanno messo fine al processo con il rito abbreviato: la sentenza sarà pronunciata soltanto l’8 giugno, dopo le repliche. «Il giudice ha dichiarato che alcuni dei punti da me toccati meritano una riflessione» dice Nunzi, chiamato a contrastare la richiesta di 10 anni avanzata dal pm Roberto Fontana. La madre è invece di fronte alla Corte di assise, in procedimento separato.
Il legale ha articolato l’arringa in quattro punti. «Ho iniziato dalla ricostruzione dei fatti, anche se è nota». Dal delitto a Pontenure di Piacenza del luglio 2012 fino a quando lo stesso Gino fece ritrovare il corpo della nonna, a Marsiliana di Massa Marittima, nel novembre 2015, ammettendo di aver suggerito di chiudere con del nastro adesivo il sacchetto con il quale era stata avvolta la testa della nonna: «Ho fatto notare che ogni dettaglio raccontato ha pieno riscontro negli atti: Gino è attendibile».
Altro punto toccato dal difensore è quello del clima: «In quella famiglia la violenza era percepita come una normalità assoluta, purtroppo. I rapporti tra madre e figlio erano “malati”, i maltrattamenti erano frequenti e di frequente avvenivano sotto gli occhi dei figli di Maria Grazia».
Terzo punto la personalità del giovane: «Chi è Gino oggi? Non è quello del 2012, ha avuto un profondo cambiamento. A mio giudizio i periti avrebbero dovuto valorizzare di più l’analisi di questo rapporto malato. È vero che si sono soffermati, ma lo hanno fatto seguendo i canoni di un concetto di infermità mentale antiquato. In questo caso la supremazia psicologica della madre sul figlio è stato il motore di questa storia. La consulenza non è tutta da buttare, ci mancherebbe. Ma se lui è il problem solving indicato, cioè colui che agisce per risolvere il problema, dove è l’elemento psicologico?».
Infine il tema della seminfermità mentale: «A mio giudizio va riconosciuta a Gino, al di là di quanto affermato dalla perizia che invece attesta la piena capacità. E comunque ho sostenuto che quando in casi come questo, quando uno è di fatto costretto ad agire, bisogna riconoscere un’attenuante specifica».
E da questo ragionamento è arrivata la richiesta di assoluzione. In caso di eventuale condanna, ha ipotizzato Nunzi, vanno comunque escluse la premeditazione e i motivi abietti e futili; ancora, la richiesta di applicazione della attenuante per chi ha avuto una minima importanza nell’esecuzione del reato, proprio perché Maria Grazia Guidoni avrebbe avuto un ruolo di supremazia, e comunque con il riconoscimento delle attenuanti generiche prevalenti.
E Gino? Gino ha parlato di sé, di chi era cinque anni fa e di chi è adesso. Ha sottolineato le difficoltà del vivere quotidiano, della mancanza di una famiglia. Oggi Gino è da solo, non ha i genitori con sé. La madre era sempre stata vista da lui come «l’unica ancora di salvezza, ho sempre pensato che se lei andava a picco ci andavo anche io». E nella sua vita, almeno fino a quel momento, si era posto il quesito: «Se non mi fido di mia madre, di chi mi devo fidare?». Quella madre che, nel faccia a faccia di un mese fa, invece lo ha accusato di aver fatto tutto da solo. (p.s.)

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