Il Tirreno

Grosseto

Gianni Lamioni «Addio politica ma non mi fermo» 

di Emilio Guariglia
Gianni Lamioni «Addio politica ma non mi fermo» 

Da Fondazione Atlante ai rapporti col sindaco «Questo territorio ha bisogno di visione»

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GROSSETO. Una Fondazione privata che porta il nome della sua azienda, presieduta da sua figlia e guidata da un cda di famiglia, con la quale giura di voler cambiare i destini di Maremma. Molti hanno applaudito, altri (il M5s) hanno pubblicamente ironizzato, anche sull’eccesso di attenzione che “establishement locale” e media avrebbero riservato alla notizia. Gianni Lamioni è tornato dietro lo schermo della Fondazione Atlante per riprendersi un posto al sole nello scenario politico locale, dicono i suoi detrattori. Lui però _ presidente di Confartigianato, per sette anni presidente della Camera di Commercio, candidato solitario e sconfitto alle ultime elezioni regionali _ ripete il contrario. Ammette i suoi errori, rivendica i successi, assicura di voler solo lavorare per la Maremma e non risparmia bordate a chi, secondo lui, per questa terra fa poco.
Lamioni: un ritorno da filantropo o da politico?
«Nessun ritorno, perché non sono mai andato via. Ma di sicuro non rientro in politica. Ho una grande autostima, che a volte sfocia in eccesso di ego. Ma sono anche una persona che sa fare autocritica. Dunque penso di aver fatto un eccellente lavoro da manager pubblico e imprenditore privato. Invece in politica un flop, non c’è da nasconderlo. E allora mi impegno nelle cose che so fare bene e che mi hanno dato tante soddisfazioni. Non voglio fare il sindaco, né il parlamentare. Non sono proprio più interessato».
Ci spieghi in tre frasi perché Fondazione Atlante.
«Perché vorrei contribuire da privato a portare avanti la strategia che avevo individuato da presidente della Camera di Commercio: la promozione del brand Maremma. Allora ero capofila di quel progetto, ma c’era anche la Provincia che partecipava. Oggi non credo che il soggetto pubblico possa continuare in quella direzione».
Perché?
«Perché la Cciaa è svuotata di funzioni e di risorse. E la Provincia di fatto non c’è più».
Ci sono però i Comuni
«Una visione come quella del brand Maremma potrebbe svolgerla solo il Comune capoluogo, che da solo fa quasi il quaranta per cento dei residenti della provincia. Il problema è che questo il Comune non lo ha mai fatto e credo che mai lo farà. Grosseto e la sua provincia sembrano due binari paralleli che non si incrociano mai».
L’altro giorno però la giunta ha presentato un programma per coordinare cultura e turismo a Grosseto e fare di Grosseto la città capofila sul territorio.
«Ben venga, scelta ineludibile. Sarebbe assurdo il contrario, visto anche che il sindaco di Grosseto è pure presidente della Provincia. Continuo comunque a vedere un deficit di visione strategica. Che peraltro dura da trent’anni. Perché Grosseto vive di preistoria».
Che intende?
«Se alle elementari dessero ai bimbi un tema “Di cosa vive la tua città?”, i bimbi risponderebbero: di dipendenti pubblici, militari, banche, edilizia e commercio. Peccato che nel settore pubblico ci sarà un inserimento ogni quattro pensionamenti; per i militari la leva obbligatoria da anni non c’è più; l’edilizia nell’ultimo biennio ha fatto meno 57 per cento di attività di compravendita; e il commercio sono otto semestri che ha il segno meno. È quello di cui si vive, o quello di cui si viveva? E può essere questo il futuro di Grosseto? Mentre il resto del territorio, seppur con altre difficoltà si sta caratterizzando: o sul turismo, o sull’agroalimentare».
Lei, in veste “pubblica”, ha già provato a spingere su turismo e agroalimentare: ma l’azione più forte e su cui ha più speso, il Wine Shire, è finita lì.
«Intanto era un segmento di una strategia più complessiva: caratterizzare con forza questo territorio. Un po’ come la Notte della Taranta nella strategia del brand Salento, che non è certo l’unica cosa che offre il Salento ma solo l’evento pivot. Poi Wine Shire costava molto meno di quel che si pensa, perché il 60 per cento dei soldi veniva dalla premialità del fondo di perequazione nazionale delle Camere di Commercio, in quanto veniva giudicato ogni anno il miglior progetto: si arrivava sempre primi a livello nazionale».
E allora perché è morto?
«Perché in questo territorio “passata la festa gabbato lo santo”. Perché era stato troppo personalizzato su Gianni Lamioni. Come ha detto un giornalista, Lamioni o lo ami o lo odi».
Ma non è anche colpa sua, che esagerò nell’intestarselo come cosa personale?
«L’ho fatto perché mi ci sono fatto un sedere così. Ma il punto è che Wine Shire era solo un pezzetto. Ci si dimentica, per esempio, che portammo 160 aziende vinicole tutte insieme in vetrina a Brera: mai nessun altro».
Com’è però che siamo punto e a capo?
«Nel frattempo è successo che tutto è passato in capo alla Regione. La Regione deve promuovere il brand Maremma. E del brand Maremma non gliene importa niente. Per me Maremma è un brand, per la Regione è semplicemente una destinazione turistica. Senza Apt, Provincia e Cciaa, oggi non fai proprio niente».
E strutture tipo i consorzi di vini e sapori?
«Attori importantissimi. Ma essendo settoriali devono trovare sintesi in un contenitore più vasto. Brand Maremma non è un concetto poi molto diverso da Distretto rurale...»
A proposito, che fine ha fatto il progetto della Maremma Distretto rurale d’Europa, obiettivo e vanto di Provincia e Regione già vent’anni fa?
«Sparito. La Regione tutto ciò che enfatizza le peculiarità di questo territorio lo fa sparire».
Da quando ha lanciato la Fondazione che è successo?
«Già avuto incontri con la Curia, nella figura di don Roberto Nelli, per la Settimana della Bellezza. Con Legambiente, molto interessanti. E Viola, mia figlia e presidente di Fondazione, ha attivato contatti con l’Università della Sapienza per un master in Marketing territoriale. Siamo partiti forte».
Altri finanziatori si fanno avanti?
«Ci sono già molte aziende che hanno contribuito su singole progettualità. E stiamo dialogando con soggetti interessati a una partecipazione diretta in Fondazione, con capitali e persone».
C’è anche chi dice che con la sua Fondazione lei voglia fare ombra all’attuale giunta.
«No, nella maniera più assoluta. Tra l’altro con Antonfrancesco Vivarelli Colonna ho un eccellente rapporto di stima e amicizia. Mi ricordo bene, e gliene sono grato, che alle regionali mi sostenne. Con la stessa franchezza lui sa che alcune persone che lo hanno sostenuto in campagna elettorale e che ancora gli sono vicine mi hanno fatto allontanare».
Ma se ha stima del sindaco e non vuole fargli ombra, perché invece di farsi una sua Fondazione non finanzia progetti del Comune?
«Perché la nostra è una dimensione provinciale e non comunale. Poi perché ho la presunzione di voler fare da me. La Fondazione l’avrei fatta con qualunque altra amministrazione. Con una notazione che al sindaco ho fatto più volte di persona: per amministrare un comune bisogna essere metà rivoluzionari e metà statisti. Antonfrancesco per ora si mostra ottimo rivoluzionario, per niente statista. Insomma, finora non ne abbiamo visto la visione».

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