Il Tirreno

Grosseto

Rosellano vince la causa contro Virgin

di Francesca Ferri
Da sinistra Stefano Pino e Thomas Vignoli (foto Agenzia Bf)
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Da sinistra Stefano Pino e Thomas Vignoli (foto Agenzia Bf)

Imprenditore registra un dominio contestato dal colosso, ma l’arbitrato gli dà ragione: «Pronto a chiedere danni a sei zeri»

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GROSSETO. Come Davide contro Golia: alla fine Stefano Pino, imprenditore di Roselle (Grosseto), ha vinto la battaglia contro la Virgin Atlantic Airlines. L’Agenzia Forum di Minneapolis (Stati Uniti), chiamata a pronunciarsi nell’arbitrato internazionale chiesto dalla Virgin contro Pino sulla legittimità per quest’ultimo a detenere il dominio internet “virgin-atlantic.cloud”, ha pronunciato il lodo: la Virgin Atlantic non ha dimostrato di soddisfare i tre principi previsti dalla procedura Urs, utilizzata per dirimere le liti internazionali in materia di domini Internet. E quindi l’imprenditore può tenersi il suo dominio e prepararsi a chiedere i danni. Che, visto cotanto accusatore – il fatturato annuale del gruppo Virgin è di 4,6 miliardi di sterline ovvero 5,3 miliardi di euro – potrebbero essere con cifre a sei zeri.

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La vicenda è nota. Stefano Pino, titolare della ditta Fecit Restaurum di Roselle, vuole scrivere un libro sulle trasvolate atlantiche. La storia gliel’ha raccontata l’amico avvocato Thomas Vignoli, maremmano anche lui, con studio a Grosseto e a Pisa. In vista della pubblicità che servirà a lanciare l’opera, con 15 euro a febbraio 2016 Pino registra il dominio Aruba “virgin-atlantic.cloud”. Il nome evoca le “vergini atlantiche”, nomignolo con cui l’avvocato, nei suoi racconti, chiamava le hostess degli aerei che comunicavano con la torre di controllo.

Il colosso britannico di Richard Branson, però, si oppone e chiede di sospendere il dominio perché quel nome è troppo simile al suo, accusa Pino di aver voluto sfruttare il nome “Virgin” per pubblicizzare il proprio prodotto, sostiene che Pino non avrebbe alcun interesse a usare un dominio con quel nome e dice che il suo scopo è di speculare rivendendole il dominio.

Qualche mese dopo la Virgin si rivolge alla camera arbitrale dello Stato della Virginia, ma questa si dichiara non competente in materia. A metà dello scorso marzo, però, di nuovo lo Stato della Virginia si fa vivo e comunica all’imprenditore che l’arbitrato ci sarà. E il responso è arrivato ieri.

L’arbitro, scelto dalla Virgin, è l’agenzia Forum di Minneapolis; esaminatore, Richard W. Hill. Stefano Pino, attraverso il suo avvocato Thomas Vignoli, eccepisce aspetti formali, ovvero che il reclamo non fosse tradotto in italiano e che le ragioni della Virgin non fossero contemplate dalla legge italiana. «Di vincere ce lo aspettavamo – dice Vignoli – anche solo per queste carenze di requisiti. E invece alla fine il lodo è entrato proprio nel merito della questione, dandoci ragione. Per la Virgin si tratta di un colpo durissimo, perché nell’ordinamento anglosassone questa decisione crea un precedente, fa legge».

Ma cosa dice il lodo arbitrale? Il pronunciamento è stato espresso, come detto, sulla base dei tre principi previsti dalla procedura Urs: il querelante deve dimostrare che il nome del dominio oggetto di reclamo è identico a uno proprio, che chi lo ha registrato non ha un vero interesse a usarlo e che lo vuole usare in malafede, per fini commerciali sfruttando il nome o per spillare soldi al querelante stesso rivendendoglielo. Per vincere l'arbitrato bisogna dimostrare che nella lite ricorrano tutti e tre i principi e l’onere della prova è a carico di chi intenta la lite.

Ebbene, ovviamente la Virgin Atlantic ha potuto facilmente dimostrare che il nome del dominio registrato da Pino è identico al suo nome. Sul secondo punto invece l’arbitro non si pronuncia. Secondo Virgin, Pino non avrebbe indicato alcun legittimo interesse; secondo l’avvocato Vignoli l’interesse è quello di pubblicizzare un libro. Ma, dice l’arbitro, Pino non fornisce prove. Curiosamente, a questo proposito, il lodo riporta un tema diverso rispetto a quello asserito da Stefano Pino. L’arbitro riporta che il libro sarebbe «un romanzo sul traffico di vergini verso il nuovo mondo». Ma per l’avvocato si tratta probabilmente di un errore di traduzione «perché noi le nostre risposte le abbiamo date in italiano», dice.

Ad ogni modo, il risultato non cambia, perché è il terzo punto quello che depone a favore dell’imprenditore.

La Virgin è chiamata a dimostrare la malafede di Pino e, in questo senso, lo accusa di averle chiesto di presentare un’offerta. Non ci sono però prove e Pino nega l’accusa.

Ma soprattutto, a provare che Pino non ha intenzione di sfruttare commercialmente il nome della Virgin è il fatto che, da quando è stato registrato, il dominio non è mai entrato in funzione.

Insomma, dice l’arbitro, il querelante non ha dimostrato con prove chiare e convincenti tutti e tre gli elementi previsti dallo standard e quindi ordina che il dominio torni nella piena disponibilità di Stefano Pino.

«Sono rimasto basito anch’io anche per la velocità – dice Stefano Pino –. Ora vediamo cose si evolverà la cosa. Se non si trova accordo privato per cancellare le accuse nei miei confronti, farò causa e chiederò i danni». Ma quanto è disposto a chiedere l’imprenditore alla Virgin? «Non mi sbilancio – dice Pino – ma certo si parla di cifre a sei zeri». «Questi della Virgin – dice l’avvocato – hanno mosso al mio cliente accuse molto pesanti ma hanno trovato i due maremmani sbagliati...».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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