Il presidio
Camilli sotto accusa per le sei telecamere rimosse dallo stadio
Appropriazione indebita ed esercizio arbitrario delle ragioni. Il Comune aveva sporto querela nel luglio di due anni fa
GROSSETO. Ricordate il contenzioso tra Comune di Grosseto e Us Grosseto per le sei telecamere del sistema di videosorveglianza non più ritrovate allo stadio Carlo Zecchini? Ebbene, non è finito. Anzi, è davanti al giudice penale. Piero Camilli, in qualità di presidente della società, è sotto processo davanti al Tribunale per esercizio arbitrario delle proprie ragioni e appropriazione indebita.
Due accuse scaturite dalla querela che il 27 luglio di due anni fa l’amministrazione comunale aveva sporto nei confronti di ignoti e per i quali la Procura ha ritenuto che debba essere chiamato a rispondere Camilli. Un processo che doveva cominciare l’altro giorno di fronte al giudice Giovanni Muscogiuri ma che è stato da questi rinviato a novembre a causa dell’adesione degli avvocati allo sciopero indetto a livello nazionale dai penalisti (Camilli è rappresentato da Enrico Valentini e Roberto Cerboni).
La storia. Ci sono sei date da tenere presenti. Il 22 gennaio 2015, quando Luciano Cafaro, allora rappresentante legale di Us Grosseto aveva firmato la concessione per lo stadio e per il campo Palazzoli. Il 30 giugno 2015, quando la società aveva comunicato il recesso dalla convenzione, allegando le disdette da tutte le utenze. Il 1° luglio 2015, quando il personale del Comune aveva effettuato il primo sopralluogo, riscontrando poi la mancanza delle sei telecamere, di una matrice video della sala Gruppo operativo sicurezza e di un gruppo di continuità della sala tornelli (l’amministrazione aveva allegato anche una documentazione fotografica dei luoghi risalente al 3 luglio). Il 10 luglio 2015, quando il Comune aveva ripreso in consegna le chiavi del Carlo Zecchini e del Nilo Palazzoli ma anche della sede di piazza Azzurri d’Italia. Il 14 luglio successivo il Comune aveva sporto denuncia e il 27 il sindaco Emilio Bonifazi aveva formalizzato la querela nei confronti di chi sarebbe stato poi ritenuto responsabile dei fatti.
L’accusa. Al termine delle indagini, il sostituto procuratore Alessandro Leopizzi ha citato a giudizio Piero Camilli. L’accusa sostiene che il presidente della società concessionaria dell’impianto comunale si sia fatto arbitrariamente ragione da sé al fine di riottenere le sei telecamere di videosorveglianza, da lui acquistate e conseguentemente possedute: quelle precedenti erano state sostituite perché vetuste o comunque non più funzionanti. Camilli avrebbe dovuto ricorrere al giudice, sempre secondo l’imputazione, e non staccare le telecamere e rimuoverle, appropriandosene al contempo. I fatti contestati risalgono ai giorni precedenti al 10 luglio di due anni fa.
La difesa. «Quelle telecamere le avevo comprate io e me le sono riprese, non capisco cosa sia tutto questo can can» aveva detto all’epoca il patron, che nel frattempo aveva traslocato a Viterbo. La questione risaliva all’estate 2014: le telecamere che erano state installate dal Comune non funzionavano più, tanto che la Prefettura ordinò che la prima partita di campionato fosse giocata a porte chiuse. I tifosi restarono fuori dallo stadio e Camilli decise di fare da sé per accorciare i tempi e permettere al campionato di riprendere senza ulteriori stop. «Andai a Milano in fretta e furia e acquistai quelle sei telecamere oltre alla scheda video della sala Gos. Spesi circa novemila euro». E si era ritenuto in diritto di portarle via: quelle vecchie erano state messe nel magazzino dello stadio. Il processo dirà come si svilupperà la difesa del presidente. A margine, il Comune ha avviato l’anno scorso un’azione per ottenere da Us Grosseto il risarcimento dei danni (lavori per una stima di 110.000 euro) che sarebbero stati causati agli impianti e che sarebbero emersi al momento della consegna di Zecchini e Palazzoli alla Fc di Max Pincione.
I testimoni. L’accusa ha citato tra le persone da chiamare in aula lo stesso ex sindaco Bonifazi; i difensori di Camilli hanno citato Cafaro e l’allora responsabile della sicurezza Guido Venturacci.
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