Il Tirreno

Grosseto

Hai commesso un reato? Via il porto d’armi

di Francesca Gori
Hai commesso un reato? Via il porto d’armi

Il Tar si uniforma alle sentenze del Consiglio di Stato: bocciati i ricorsi di chi ha subito una condanna penale

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GROSSETO. L’orientamento è cambiato e i tempi per i possessori di porto d’armi sono diventati un po’ più bui. Non per tutti, certo: ma per coloro che anche in un lontano passato hanno subito una condanna penale (passata in giudicato), mantenere il documento è oggi più difficile. Perché l’orientamento del Tribunale amministrativo di Firenze si è uniformato a quello del Consiglio di Stato.

Il cambio di marcia è avvenuto lo scorso settembre, dopo che per due anni i giudici fiorentini avevano praticamente sempre dato ragione a chi presentava ricorso. A fine dicembre sono arrivate le prime sentenze con almeno due ricorsi respinti in Maremma e uno accettato. Perché in una terra fatta di cacciatori (la maggior parte), di sportivi appassionati di tiro al volo, tiro al piattello e al poligono o di chi il porto d’armi ce l’ha per difesa personale (pochissimi), la questione è parecchio seria.

«La norma di riferimento è contenuta nell’articolo 43 del Tulps (il Testo unico per la pubblica sicurezza) che dice che il porto d’armi non può essere concesso a chi ha avuto una condanna in via definitiva - spiega Mario Robertini, primo dirigente della Questura responsabile della divisione amministrativa - ma il Tar fino allo scorso autunno ha sempre dato ragione ai ricorrenti. E la Questura era costretta poi a presentare ricorso al Consiglio di Stato. E in secondo grado, la sospensione del ministero veniva confermata». È del 1931 la norma inserita nel Tulps: i reati che venivano allora indicati come ostativi nei confronti del possesso del porto d’armi erano il furto, la violenza privata, la rapina, l’estorsione. Ma fino al 2014 questo articolo è stato interpretato in maniera più “evolutiva” anche da parte del personale della Questura.

Insomma, c’è furto e furto e c’è condanna e condanna soprattutto quando i possessori di porto d’armi hanno subito un processo penale e sono stati dichiarati colpevoli decenni fa. Il ministero dell’Interno ha però emesso una direttiva ben precisa: ogni sei anni le Questure procedono alla revisione del porto d’armi e se qualcuno viene trovato con il documento rilasciato o rinnovato, gli viene tolto.

«Il problema nel quale ci siamo imbattuti e che ultimamente è stato in qualche modo risolto dal Tar della Toscana - spiega il dirigente della Questura - è sempre stato la difformità con quanto stabilito dal Consiglio di Stato che poi annullava la decisione di primo grado». Insomma, il sistema funzionava così: la Questura toglieva il porto d’armi, il Tar lo restituiva e il Consiglio di Stato lo toglieva di nuovo. «Il ministero dell’Interno - aggiunge Robertini - ha emesso un’altra direttiva che richiama appunto le sentenze del Consiglio di Stato e che in qualche modo “tira le orecchie” ai giudici di primo grado». Che, da settembre in avanti anche in Toscana, dove erano un po’ più clementi che in altre regioni d’Italia, si sono uniformati al parere dei giudici del Consiglio di Stato e hanno cominciato a dare ragione alle Questure senza poi generare quel sistema che prevedeva il ricorso da parte del ministero.

Una situazione che in Maremma non riguarda tantissime persone.

«I porto d’armi che la Questura ha rilasciato in tutto il territorio provinciale - dice il primo dirigente della Questura - sono migliaia e migliaia, soprattutto per quanto riguarda l’attività venatoria. Ma le persone che hanno riportato condanne e che si vedono, alla revisione, sospendere il titolo, sono ogni anno pochissime». Meno di dieci, quando ci sono. E tra queste, non c’è mai stata alcuna donna nonostante che il documento sia stato rilasciato a rappresentanti del gentil sesso sia per andare a caccia che per sparare al poligono o al tiro a volo.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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