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I cinesi vogliono la Mabro Ricorso contro il fallimento
Due ipotesi per l’acquisizione dell’azienda da parte degli industriali orientali C’è tempo fino al 27: la loro Pec non era stata presa in considerazione dai giudici
GROSSETO. Potrebbero presentare ricorso, e se lo faranno, hanno tempo fino a venerdì. Oppure, come sembra, potranno percorrere un’altra strada indicata dai loro avvocati per acquisire l’azienda. Quello che è certo però è che gli imprenditori cinesi che avevano partecipato al bando per riaprire la Mabro, non si danno ancora per vinti.
C’è il presidente della Sharmoon, che nel 2003 creò una joint venture con Ermenegildo Zegna per la vendita dei capispalla dell’azienda leader del settore e c’è anche Qiu Yong Ping, che ha un’azienda analoga alla Mabro a Carpi e che è stato presidente dell’associazione dei Giovani cinesi in Italia.
Erano loro due gli imprenditori arrivati dall’Oriente che avevano, attraverso la società Mondo Risparmio di Pistoia, la stessa che qualche tempo fa ha rilevato la Stefan dalla Prodi bis, presentato un piano industriale al commissario Paolo Coscione prima che il tribunale decretasse il fallimento.
La mattina in cui si è svolta l’udienza in tribunale, Coscione è arrivato davanti ai giudici con una Pec ricevuta la sera prima da parte degli imprenditori cinesi nella quale si leggeva che erano ancora interessati all’acquisizione dell’azienda, nonostante le voci che si erano rincorse nei giorni precedenti e nonostante l’ingresso a gamba tesa di Antongiulio Pacenti. L’ex socio di Barontini, infatti, si era presentato di nuovo con una cordata della quale facevano parte una società straniera che realizza divise per l’esercito e due immobiliari toscane: il suo ingresso nella trattativa aveva fatto fare una piccola frenata ai cinesi. Ma dopo qualche giorno e dopo che il ministero dello Sviluppo economico aveva rilasciato al commissario una relazione nella quale si leggeva che l’offerta presentata dai cinesi era conforme e che le società avevano i requisiti per andare avanti, gli imprenditori avevano deciso di incontrare di nuovo il commissario Paolo Coscione.
Dopo aver depositato, come richiedeva la procedura di Prodi bis, un assegno da 20.000 euro, pari al 10% del valore riconosciuto alla società.
Quello che cercano in Italia gli imprenditori con gli occhi a mandorla è uno stabilimento dove produrre capi di abbigliamento maschile di alta qualità da rivendere nei negozi cinesi che si rivolgono ai ricchi. Ne hanno quasi tremila, sparsi in tutto il Paese e chi entra è disposto a spendere anche più di 2.000 euro per indossare un capo made in Italy.
Nonostante la Pec presentata dal commissario dove i cinesi confermavano la loro disponibilità ad acquisire la Mabro, i giudici del tribunale di Grosseto (il presidente Giulio De Simone, Claudia Frosini e Paolo Ottati) hanno stabilito che non ci fossero più le condizioni per andare avanti dichiarando il fallimento di Abbigliamento Grosseto.
Gli imprenditori cinesi non si sarebbero dati per vinti: inizialmente avevano deciso di presentare ricorso contro la decisione del giudice ma hanno tempo fino al 27 gennaio per farlo.
Poi hanno pensato di percorrere un’altra strada e torneranno in Italia ai primi giorni di febbraio, quando si festeggia il Capodanno cinese, per trovare un sistema per acquisire Abbigliamento Grosseto.
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