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Scongiurare la “consegna a singhiozzo”
L’amministrazione di Gavorrano di nuovo contro Poste Italiane: uffici aperti soltanto pochi giorni per lettere e pacchi
GAVORRANO. In trincea contro Poste Italiane, un’altra volta. Dopo la battaglia a suon di ricorsi al Tar per tenere in vita l’ufficio a Ravi, ora l’amministrazione guidata dal sindaco Elisabetta Iacomelli torna alla carica per opporsi alla cosiddetta «consegna a singhiozzo», che vorrebbe a partire dal 2017 la consegna di lettere e pacchi solo in alcuni giorni della settimana e non più tutti. «Questa razionalizzazione rischia di tradursi in gravi disservizi per la popolazione, soprattutto per i residenti anziani - dicono dall’amministrazione - che si troveranno a non poter usufruire di servizi essenziali quali il pagamento delle bollette o la riscossione della pensione, con la conseguenza di essere costretti a fare lunghe file nei giorni di apertura, ritardare le operazioni o affrontare frequenti e difficili spostamenti, su territori particolarmente disagiati». Uno scenario che la giunta mineraria vuole scongiurare sul nascere e per questo si è unita ad altri Comuni chiamando in causa il governo e il Parlamento, chiedendo di «attivare, ogni possibile azione in ordine al Servizio Postale universale al fine di garantire in tutti i Comuni, senza distinzione, un servizio postale di qualità e funzionale alla comunità», ma anche di «individuare con Poste Italiane, in accordo con le associazioni che rappresentano gli Enti locali, un modello organizzativo specifico per le aree rurali e montane del Paese, attivando sportelli multiservizio, sportelli automatici, servizi di tesoreria a favore degli enti locali».
Il nuovo campanello d’allarme è suonato dopo che Poste Italiane ha annunciato di voler procedere, nel corso del 2017, con la riduzione della consegna della corrispondenza in 2.632 Comuni, che si sommano ai 2.632 dove la corrispondenza viene consegnata cinque giorni su quattordici già dal 2015 e dal 2016. D’altro canto, la società ha sì attivato una rete parallela di consegna dei quotidiani e dei settimanali che tocca 1.900 Comuni italiani, ma questa esclude completamente le aree montane e interne del Paese, in cui possiamo comprendere buona parte dei centri gavorranesi. Una decisione che sembra far seguito alla bocciatura del programma di razionalizzazione, crollato sotto la valanga di ricorsi al Tar, e che non può essere accettata dall'amministrazione. Non solo perché Poste riceve contributi statali, ma anche perché «il 9 novembre 2016 il bilancio dei primi nove mesi dell'anno, che si è chiuso con un utile netto in rialzo del 29,7% a 807 milioni di euro rispetto ai 622 milioni dello stesso periodo dell'anno scorso - si legge nell'appello al governo - Lo rende noto l'azienda, aggiungendo che il fatturato è salito del 7,6 per cento a 25,7 miliardi di euro, mentre l'utile operativo è aumentato del 28,6% a 1,196 miliardi di euro». Eppure l'Uncem nel 2016 ha presentato a Poste una proposta di ampliamento e miglioramento dei servizi postali negli sportelli esistenti, potenziandone servizi, attivando sportelli automatici (Postamat), servizi di tesoreria per gli enti locali, erogazione di servizi legati allo sviluppo socio-economico del territorio. Ma ad oggi, «il piano proposto risulta finora inattuato».
In questo scenario, l'amministrazione mineraria chiede anche un'altra cosa all'esecutivo. «Proseguire il lavoro nel tavolo di concertazione con le amministrazioni locali per la discussione sull'oggetto dell'ipotetico ridimensionamento al fine di scongiurare la possibile chiusura degli uffici postali nei comuni più piccoli del territorio nazionale, evitando così che decisioni unilaterali assunte da Poste Italiane arrechino disagi ai cittadini - utenti che non vedono garantita l'effettiva erogazione di un servizio pubblico di qualità, nel rispetto dell'accordo fra le Poste e lo Stato».
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