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«Troppi soldi spesi male»
Dopo la dichiarazione di fallimento, i lavoratori fanno le pulci alle gestioni
GROSSETO. Un comitato che incontrerà gli imprenditori che sono stati “scartati” dal bando, ma anche lavoratori che con la mente tornano indietro e chiedono risposte. Le stesse che sta cercando anche la Procura di Grosseto, che ha indagato tutti gli amministratori delle società che si sono succedute dalla fine dell’epoca di Manlio Brozzi fino a oggi. Perché c’è un tarlo che assilla da sempre le vestaglie azzurre e che riguarda il ruolo avuto da Fiditoscana, la finanziaria della Regione, che aveva alcune quote in Royal Tuscany Fashion group. «Per capire quello che è successo oggi - dice Nadia Perino, rsu Cgil - bisogna per forza tornare indietro nel tempo. È inspiegabile che siano stati investiti soldi su soldi, anche pubblici, in una fabbrica che poi ha fatto la fine che ha fatto».
Chi lavorava dentro l’azienda si era accorto che il vento era cambiato e che il 2009 aveva segnato un passo diverso: gli ordini erano diminuiti, il mercato della moda uomo non era più quello e la qualità vantata dai capi Mabro doveva in qualche modo essere resa appetibile. I vertici di Royal Tuscany questo lo avevano capito e avevano cercato di mettere in piedi una politica di marketing che in via Senese non si era mai vista. «Ma quel processo a un certo punto è stato interrotto - aggiunge Perino - e sinceramente ancora oggi ce ne chiediamo le ragioni».
È stato allora, con l’avvento di Aldo Invitti, che si cominciò a parlare di ridimensionamento del personale. Una scelta che, secondo chi c’era prima nel cda della società, non sarebbe stata la scelta giusta. «Il processo produttivo del capo sartoriale è ad alta intensità di lavoro - spiega Alessandro Giudice, che faceva parte del cda di Royal tuscany - il costo della materia prima incide non più di un 15% del costo finito del prodotto, mentre il costo della manodopera rappresenta la componente di gran lunga preponderante. Con un organico di 250 dipendenti, di cui 200 diretti in catena di produzione, la capacità produttiva era poco meno di 200 capi al giorno, 50.000 in un anno. Il costo variabile per l’azienda era di 8 milioni di eruro. Un capo del genere si poteva vendere a 250-280 euro, che significa arrivare a un prezzo finito al consumatore finale di circa 600-700 euro». Calcolatrice alla mano, significava realizzare un fatturato di 11 milioni di euro, che fu quello del 2009 ma con questi numeri generi un margine di contribuzione di circa 3 milioni, con cui devi spesare tutta la struttura di costi fissi aziendali (affitti, utenze, compensi, commerciale, più naturalmente gli altri 50 dipendenti non direttamente impiegati in catena)». Ma ridurre il personale significava anche ridurre la produzione e quindi avere ancora meno margine di contribuzione per spesare i costi fissi.
L’unica cosa che poteva essere fatta era spingere sul marketing e rendere il marchio Mabro ancor più appetibile. «Operazione che in quegli anni fu tentata - aggiunge - nonostante il mercato dell’abbigliamento fosse in terribile contrazione». Il problema di quella gestione, e di quelle successive che hanno continuato ad accumulare debiti per decine di milioni di euro fino al fallimento di tre giorni fa è stata la mancanza di soldi.
«Si sono sempre volute fare le nozze con i fichi secchi - dice ancora Nadia Perino - nonostante che in quell’azienda di soldi ne siano stati buttati una marea. Quello che da anni chiediamo è sapere dove siano finiti e perché è stato permesso tutto questo». E soprattutto, permesso da chi? Nel 2010 era stato trovato un fondo d’investimento pronto a ricapitalizzare l’azienda ma l’allora amministratore delegato Antonio Dipientrantonio scelse un’altra strada e Fiditoscana non impose una direzione diversa da quella che si stava cominciando a percorrere. «Il nodo di tutta la vicenda resta lì - aggiunge Perino - ed è su questo che, nonostante il fallimento di Royal Tuscany prima e di Abbigliamento Grosseto poi, qualcuno deve prendersi le proprie responsabilità. Anche solo per dirci perché ora ci siamo ritrovate senza un posto di lavoro».
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