Il presidio
IBERNATI PER ANNI NELLA VANA ATTESA DEL MIRACOLO
FRANCESCA GORI. Chi sognava il lieto fine, questa volta ha dovuto sbattere il muso contro una realtà che ha voluto scrivere l’ultima pagina della vertenza ex Mabro inzuppando la penna in un calamaio...
FRANCESCA GORI. Chi sognava il lieto fine, questa volta ha dovuto sbattere il muso contro una realtà che ha voluto scrivere l’ultima pagina della vertenza ex Mabro inzuppando la penna in un calamaio amaro. Ci vorrà tempo, ora, per capire se ci siano o meno responsabilità. Se sia stato fatto davvero tutto il possibile per salvare una fabbrica fiore all’occhiello della Maremma e unico stabilimento produttivo della città. Quello che è certo, dopo il provvedimento firmato dal collegio di giudici ieri in tribunale è che Abbigliamento Grosseto è fallita e con la società sono naufragate le speranze dei lavoratori di approdare in un porto sicuro, con una nuova compagine capace di riaprire i cancelli del capannone di via Senese.
Ognuno ha messo, nel bene e nel male, del proprio in questa vertenza cominciata con il fallimento di Mabro spa e finita con quello di Abbigliamento Grosseto.
La parte del leone l’hanno sempre fatta i lavoratori. Quelle vestaglie azzurre che sono rimaste attaccate a una speranza che poteva parlare - per loro - tutte le lingue del mondo. Hanno occupato la fabbrica e la sala del consiglio comunale, hanno avuto scontri feroci con tutti, imprenditori e politici, sono sempre andate avanti per la loro strada rivendicando un ruolo, quello delle “sartine” che sapevano però creare qualcosa di straordinario: abiti belli, di qualità, che facevano invidia a quelli delle grandi griffe. Ma non è bastato. Non è bastata la loro caparbietà e la lotta dura per la richiesta della Prodi bis che prima ha spaccato il fronte dei lavoratori e dei sindacati e che poi li ha di nuovo visti uniti. La loro speranza ha assunto a un certo punto un nome e un cognome, quello di Paolo Coscione, il commissario nominato dal ministero dello Sviluppo economico per portare l’azienda fuori dal pantano e trovare finalmente un acquirente. Ci sono quattro offerte nelle buste arrivate sulla sua scrivania quando scade il bando. Di queste ne resta in piedi una, quella dei cinesi che a un certo punto viene messa “in discussione” dall’arrivo di un’altra offerta firmata da Antongiulio Pacenti, già socio di Abbigliamento Grosseto, allontanato dall’azienda durante la gestione dell’advisor Santoro. In tanti hanno parlato di «un’azione di disturbo». Ma perché buttare all’aria una trattativa con i cinesi se c’erano capitali che potevano essere investiti e speranze per il futuro? Coscione, dal tribunale, è andato via senza dire una parola. Parlerà - ha promesso - con gli ormai ex dipendenti della società tra qualche giorno. Incontrerà loro e incontrerà anche le istituzioni che ora più che mai avranno il compito di stare accanto ai 178 ex dipendenti dell’azienda. Perché questo sono diventati ora: ex, come ex sarebbe dovuto essere anteposto al nome di Mabro, ogni volta che se ne parlava.
Questa vertenza doveva concludersi sei mesi fa. Ma i lavoratori che ora un posto non ce l’hanno più sono rimasti appesi a un filo di speranza. Ibernati, congelati.
Qualcuno ha parlato di accanimento terapeutico, qualcun altro invece ha voluto vedere nel prendere tempo, altro tempo, del commissario, la mancanza di offerte credibili. Un allungare il brodo per non assumersi la responsabilità di un fallimento. I cinesi c’erano, poi hanno fatto un passo indietro. La proposta di Pacenti era arrivata ma non la documentazione aggiuntiva che era stata richiesta dal commissario Coscione. E in mezzo a tutto questo, l’azienda è rimasta lì: il nome di Abbigliamento Grosseto è stato scritto sul provvedimento di fallimento. E qualcuno un giorno probabilmente chiarirà anche le responsabilità di questo disastro che riguarda 178 famiglie rimaste senza lavoro.
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