Il presidio
Da Brozzi ai debiti di Barontini
La parola fine dopo 60 anni di storia tra concordati e interventi della politica
GROSSETO. Quel capannone dove il rumore che si sentiva era quel battere e levare della macchine da cucire era stato il sogno di Manlio Brozzi, che nel 1956 fondò la società. La Mabro, appunto, che raccontava la storia del suo nome e di quella caparbietà imprenditoriale che in quegli anni portarono la fabbrica a occupare più di 300 dipendenti.
È alla fine degli anni ’90 che la famiglia Brozzi esce di scena: Manlio era morto e gli eredi passarono la mano a Franco Bosco, Giorgio Benassi e Maurizio Favilli che grantirono la continuità aziendale e il posto di lavoro a 320 dipendenti. La gestione di Bosco, Benassi e Favilli, che avevano rilevato la Mabro spa andò avanti fino al 2008. Negli anni precedenti le maestranze della Mabro avevano continuato a cucire abiti da uomo per marchi come Pierre Cardin. Poi, il mercato dell’abbigliamento cambiò faccia e il giro d’affari diminuì. Sarebbe stata necessaria, secondo i soci dell’azienda, una riduzione del personale. Ma la Mabro che godeva del sostegno di Fiditoscana, la finanziaria della Regione Toscana, era condizionata dal mantenimento del livello occupazionale. Ed è qui che la politica entra in scena: la Regione, attraverso Fiditoscana, aveva trovato degli acquirenti che potevano rilevare l’azienda. La società si chiamava Movies spa, quella che poi sarebbe diventata Royal Tuscany Fashion group ed era guidata da Antonio Dipietrantonio e Filippo Invitti. Nel cda era anche rappresentata la stessa Fiditoscana con una quota percentuale superiore rispetto a quella stabilita dalla Regione. Fiditoscana che, per la sua partecipazione nella società che aveva rilevato la Mabro, ha preso anche la bacchettata della Banda d’Italia. È il 2008 quando avviene il passaggio della gestione tra Mabro spa e Movies. Ma la società di Dipientrantonio e Invitti chiede che venisse creata anche una società terza, Abbigliamento Grosseto nella quale non viene passato il patrimonio della Mabro ma solo i macchinari e parte del personale (solo una trentina di dipendenti infatti saranno poi assunti da Royal Tuscany Fashion Group).
È durante la gestione dei “romani”, come hanno sempre chiamato le vestaglie azzurre i nuovi proprietari della società, che gli operai tirano il fiato: finisce la cassa integrazione, la mattina in azienda arrivano le paste per fare colazione. Ma questa gestione si rivela fallimentare: i debiti si accumulano e il tentativo di salvataggio si chiama Aldo Invitti, cugino di Filippo, che ricapitalizza l’azienda. L’idillio però dura poco, tanto che l’imprenditore va in Procura e denuncia suo cugino. L’azienda viene ceduta ad Andrea Barontini. L’imprenditore pratese arriva a Grosseto con mille promesse ma con pochi soldi da investire. Le banche chiudono il credito, la società comincia a vacillare, le vestaglie azzurre occupano la fabbrica il giorno in cui viene negata loro la possibilità di organizzare un’assemblea. Barontini chiama in suo aiuto un advisor, Maurizio Santoro per presentare un concordato in tribunale. Concordato che non verrà accolto. È il 20 maggio 2015 quando viene firmata la Prodi bis. La speranza si riaccende. Per spegnersi ieri con il fallimento. (f.g.)
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