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Agricoltura, ultima chance «Vogliamo il Distretto»
La Federazione di via de Barberi lancia una sfida a politici e amministratori Rossi: «Ci sono 50 milioni per metterlo su». Nel 2016 persi 1.000 posti di lavoro
GROSSETO. Se la Maremma vuole chiedere pane – o meglio, reddito – alla terra, risorsa sterminata in questa grande “quota” di Toscana, bisogna mettere su un Distretto. Il distretto agroalimentare. È quasi un ultimatum quello che Paolo Rossi, direttore di Confagricoltura Grosseto, lancia a politici e amministratori locali: «Ci sono fino a 50 milioni di euro – dice – per un progetto di distretto». Vogliamo lasciarceli scappare? Il ministero delle politiche agricole agevola contratti di filiera e contratti di distretto fino a 50 milioni di euro di spese per investimento. Sono tanti soldi. Rossi lancia l’appello in occasione del bilancio di fine anno della Confagricoltura grossetana: nella sede di via de Barberi, tira le somme con Attilio Tocchi, presidente della Federazione. Difficile dire, con un giudizio netto, che anno sia stato – il 2016 – per il settore agroalimentare maremmano: qualche produzione è andata meglio di quanto si potesse sperare – parliamo dell’olivicoltura – altre non riescono ad uscire dal guado, come quelle cerealicole. Certo è che, tra il dire e il fare, in provincia di Grosseto si sono perse mille unità (addetti diremmo se parlassimo di manifatturiero) su 10.000 lavoratori, cioè il 10%.
Castagne. Il comparto castanicolo amiatino è un orgoglio per la Maremma. Tant’è che si parla da tempo di tutelarne la produzione anche tramite i Pif, progetti integrati di filiera; peccato che le risorse annunciate non si siano ancora trasformate in liquidità. Tremila ettari di castagneti, sull’Amiata, duemila proprietari: il dato la dice lunga su quanto il settore sia frammentato. Chi vive di castagne ricorderà il 2016 come uno degli anni peggiori. Quantitativi scarsi e assedio delle muffe. Tradotto, sei milioni di danni.
Cereali. Nel corso del 2016 il prezzo del grano è caduto inesorabilmente a picco e le cerealicolture sono diventate una delle produzioni meno remunerative. Oggi un quintale di grano sul mercato vale 16-18 euro: seminare un ettaro all’agricoltore ne costa 700. Le scorribande sul mercato mondiale delle multinazionali, la speculazione e la concorrenza sleale stanno mettendo in ginocchio le imprese maremmane. Confagricoltura punta i piedi: vuole sui pacchetti tricolori della pasta “la mappa” che traccia il percorso che ha fatto la materia prima e l’indicazione di origine del prodotto. Non resta che sperare che a Bruxelles qualcuno se ne faccia carico.
Vino. Il nettare degli dei fatto con le uve di Maremma si difende bene sul mercato del Belpaese e su quello internazionale: 12.000 ettari di vitigni e nove etichette Doc varranno pure qualcosa. Nel 2016 si è prodotto meno vino – il 5% manca all’appello – ma la qualità è stata di alta gamma. Anche vitigni ed uve però non sono immuni dalla crisi: in giro ci sono bottiglie con prezzi «ridicoli» e la concorrenza è spietata. La soluzione è: l’unione, che fa la forza. È arrivato il momento, secondo Confagricoltura, che consorzi e cantine cooperative progettino insieme il futuro.
Olive. Si è temuto molto per l’olio maremmano, ma alla fine la stagione è andata meglio del previsto: c’è stato un calo significativo della produzione (-30%), ma l’aumento inaspettato del prezzo (+20%) ha riportato l’equilibrio. Tutto merito del fatto che l’olio autoctono è assai richiesto. E se andasse in porto un progetto in tandem Confagricoltura Grosseto-Livorno, entrerebbero a regime 320 ettari di oliveti superintensivi che consentirebbero di avvicinarsi all’efficienza, sul fronte della gestione dei costi, senza rinunciare alla qualità.
Latte. Si preannuncia un 2017 di sorti differenti per il latte bovino e quello ovino. Per il primo, negli ultimi mesi del 2016 è raddoppiato il prezzo – da 20 a 43 centesimi al litro – e questo fa ben sperare. Buone notizie per il latte bovino maremmano – che con 30 milioni di litri rappresenta il 50% della produzione annua toscana – arrivano dalla Pianura Padana: gli agricoltori hanno chiuso i contratti a 39 centesimi a litro, record positivo. E dall’Emilia-Romagna: il parmigiano reggiano fa faville nel mondo e i magazzini sono vuoti; significa che chi lo produce dovrà fare scorte di latte. Per il latte bovino insomma si preannuncia un 2017 dove si potrà tenere la barra pari: per cantare vittoria, gli agricoltori dovrebbero sperare in un prezzo di 50 centesimi a litro. Altra storia per il latte ovino: nel 2016 il prezzo aveva retto – da 1 a 1,10 euro a litro – ma dalla Sardegna arriva già notizia di un decremento di 10 centesimi a litro sul prezzo di acquisto.
Il Distretto. I maremmani devono avere il coraggio di pronunciare la parola “industria”, se vogliono che il settore primario produca reddito per loro. «Industria? Lo dico e non mi spaventa – osserva Rossi – Perché non significa perdere la qualità e il pregio delle produzioni a chilometro zero. Il 2017 deve essere l’anno dell’aggregazione. L’anno di un progetto di distretto: sfidiamo il mondo politico a scommettere su di esso e a realizzarlo. Dobbiamo creare un sistema di imprese dell’agroalimentare, superare la parcellizzazione e fare innovazione, altrimenti saremo destinati a subire l’internazionalizzazione dei mercati esteri. Forse non abbiamo la forza di aggredire la Grande Distribuzione, ma per essere competitivi non ci manca nulla».
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