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«Lucio, Lucio: ma lui non rispondeva più»

«Lucio, Lucio: ma lui non rispondeva più»

Alberese, morto nella macchina per le rotoballe: parlano i testimoni al processo per omicidio colposo

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ALBERESE. «“Lucio, Lucio”, io lo chiamavo, lo avevo visto lassù. Ma lui non rispondeva. Sono salito sulla scaletta, ho visto una gamba nuda, ho visto lui incastrato. Sono sceso. Non sono svenuto ma ho avuto una reazione molto brutta».

Pierpaolo Allegro racconta così, davanti al giudice Andrea Stramenga, quel pomeriggio del 1° maggio 2010, quando perse la vita Lucio Rossi, 33 anni, operaio che stava conducendo una macchina agricola. Primo testimone del processo ripartito una volta risolte le questioni di necessità di notifica in tedesco dell'avviso di fine indagini a uno dei quattro imputati, Lothas Kriszun, 64 anni, presidente del consiglio di amministrazione di Claas Italia spa che aveva importato e venduto la rotoimballatrice Variant 360. Imputati con lui Paolo Tencone, 48 anni, consigliere e procuratore della stessa società, Marco Fiaccadori, 55 anni, amministratore della società venditrice di zona, e Pierdomenico Semplici, presidente della coop Sorbino, datore di lavoro. Rispetto a quella udienza, non ci sono più le parti civili: i familiari sono stati risarciti da tempo.

Allegro si era allarmato perché il mezzo era fermo nel suo campo. Si era avvicinato e aveva bloccato la presa di forza, poi ha ricordato di essere stato infastidito dalla radio che era accesa. E poi aveva fatto la scoperta. La disperazione, la chiamata per i soccorsi. Quella macchina aveva già lavorato 33 balle, la 34ª era rimasta dentro. «Sapeva se la macchina aveva problemi?» ha chiesto il pm Alessandro Leopizzi: «No, e poi il lavoro era quasi terminato». Lucio operaio esperto, capace di fare mediante il computer di bordo tutte le regolazioni consentite. «Non so perché fosse salito lì sopra», ha risposto all’avvocato Massimo Borghi (per Tencone e Kriszun). E comunque «era una macchina performante. Lucio la voleva comprare anche per la sua azienda», ha specificato all'avvocato Giuseppe Nicosia (per Semplici).

Anche Alessio Marangon, giovane operaio della cooperativa, ha ricordato che «Lucio era innamorato di quella macchina, voleva comprarla». Ha spiegato al pm che il presidente Semplici lo aveva formato sull’utilizzo della Variant e che anche Lucio aveva dato consigli operativi. Gli aspetti tecnici dell’intervento sono stati ricostruiti dal maresciallo Fausto Tomassini, comandante dei carabinieri di Alberese, mentre il dottor Michele Sammicheli, medico legale, ha riepilogato le cause di morte (combinazione tra anemia e asfissia) e la verosimile dinamica (trascinamento del braccio destro). Il tasso alcolemico era di 0,6 grammi per litro.

Gli aspetti della sicurezza sul lavoro sono stati trattati da Sandro Lunghini, tecnico della prevenzione Asl. «Il macchinario non era idoneo», ha detto il tecnico. Furono redatte delle prescrizioni nei confronti del datore di lavoro, finalizzate alla protezione degli organi in movimento. «Semplici non ha ottemperato» (il macchinario è comunque ancora in sequestro). La macchina, secondo la Asl, non rispettava i requisiti di sicurezza invece dichiarati dal produttore. Nessuna prescrizione per Tencone, Kriszun e Fiaccadori. La Asl inviò una segnalazione al ministero, ma l'autorità di sorveglianza sul mercato non ha fatto ancora pervenire un parere. La macchina aveva problemi? «Quando il ct della Procura fece le prove, il 29 giugno 2010l, il funzionamento era buono, compreso quello della centralina. Però attenzione: per rimettere la macchina in funzione fu necessario sostituire quella cinghia che i vigili del fuoco avevano rimosso per estrarre il corpo». Fatti regolarmente anche i controlli di manutenzione. Al tempo, comunque, il rischio poteva essere anche autocertificato dal datore di lavoro.(p.s.)

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