Il Tirreno

Grosseto

«Noi, licenziati a 50 anni e ancora a casa»

di Fiora Bonelli
«Noi, licenziati a 50 anni e ancora a casa»

La rabbia degli operai della Rivart: in trenta non riescono a reinserirsi: «Istituzioni e sindacati ci hanno abbandonati»

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PIANCASTAGN AIO. «Abbandonati da sindacati e da istituzioni, eccetto il sindaco di Castell’Azzara Fosco Fortunati. Siamo in cerca di lavoro dall’ottobre 2016, da quando fummo licenziati dalla Nuova Rivart srl. Adesso siamo per strada».

Il grido d’aiuto e di protesta arriva dagli operai di quella che era una delle più promettenti aziende in Amiata, nata dalla riconversione industriale programmata per la montagna dopo la chiusura delle miniere. «Adesso – spiega Fabrizio De Carli di Castell’Azzara – del progetto Amiata è rimasto ben poco. Chiusura della Rivart che costruiva pannelli, crisi drammatica di Floramiata, crisi della Rimor che costruiva camper, dell’Amiata caminetti e così via. Un disastro che ha lasciato noi, quasi cinquantenni, in balia della disoccupazione. E pensare che ci eravamo illusi che alla Rivart saremmo arrivati fino alla pensione».

Il licenziamento dei circa 50 operai della Nuova Rivart arrivò dopo la cassa integrazione decretata nell’ottobre 2012. Dopo tre anni, licenziati e messi in mobilità. Per la maggior parte quei circa 50 operai oggi sono tutti vicini ai 50 anni». Alcuni hanno ritrovato un’occupazione, ma una trentina no.

«Di certo – spiega De Carli – non possiamo pensare di trovare un lavoro come quello da cui siamo stati licenziati. Troppo specialistico e con peculiarità tali da far ritenere utopistico rintracciare un’azienda dove svolgere le medesime mansioni. Speravamo di poter essere reintegrati in aziende esistenti in espansione, come i borsettifici o la Stosa. Ma per entrarci occorrono corsi di formazione. Comprendiamo che quando si porta il curriculum ci chiedano se abbiamo esperienza. Non ne abbiamo. Siamo entrati alla Rivart a vent’anni e abbiamo sempre fatto quel lavoro. Ci eravamo illusi che ci avrebbero riconvertito, come i sindacati i avevano fatto intendere».

Invece che succede? «Arriviamo coi nostri 50 anni a chiedere lavoro – prosegue –. Per noi si chiudono le porte che invece si aprono agli immigrati che ne sanno molto meno di noi. Per carità, mica ce l’abbiamo con loro. Siamo solidali e non razzisti. Ma siamo senza lavoro e questo ci spinge a rivendicare un diritto di prelazione, per così dire, nei pochi posti liberi delle aziende della zona. Loro entrano senza formazione, dall’oggi al domani. A noi, col carico di 50 anni, con famiglia e figli da mantenere, è richiesta esperienza. Siamo all’assurdo. In questo colpisce, poi, l’assordante silenzio istituzionale e sindacale. Noi vogliamo restare in questa terra, ma se si va avanti così saremo costretti ad emigrare a nostra volta, per lasciare il posto ai migranti. Credo ci siano fondi stanziati dalla Regione per attivare corsi di formazione. Ma qui nessuno si muove in questa direzione».

De Carli, come molti altri della Nuova Rivart, con sede a Radicofani, arriva dal versante grossetano dell’Amiata, come accade per molte altre aziende amiatine, comprese Floramiata o Gsi, e mentre si lamenta dell’assenza istituzionale e sindacale, spezza però una lancia a favore del sindaco Fortunati. «Si è fatto in quattro per noi – dice – ha partecipato a assemblee, è venuto ad incontri. Ma per adesso, da solo, non è riuscito a trovarci un lavoro per dar da mangiare alle nostre famiglie. Per forza. Le battaglie bisogna farle tutti insieme. Un solo sindaco non ce la può fare. Ci aspettavamo l’intervento di altre figure istituzionali, invece silenzio totale. Noi vogliamo rimetterci in gioco. Non siamo perditempo. Vogliamo lavorare. Vogliamo uno spiraglio di luce».

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