Botte alla moglie in stato di gravidanza
GROSSETO. Lui albanese, lei romena. Lui imputato, lei che ha rimesso la querela. Lui che è stato comunque condannato per maltrattamenti, ma anche per lesioni e violenza privata. Due anni e 10 mesi...
GROSSETO. Lui albanese, lei romena. Lui imputato, lei che ha rimesso la querela. Lui che è stato comunque condannato per maltrattamenti, ma anche per lesioni e violenza privata. Due anni e 10 mesi per un uomo di 35 anni, abitante in un centro dell’entroterra maremmano, finito sotto accusa nell’ottobre 2014 anche per aver maltrattato e picchiato la moglie quando questa era in stato di gravidanza ma anche dopo la cessazione della convivenza; anche per averla minacciata con il coltello, oltre ad averla pesantemente offesa.
Il giudice Marco Mezzaluna ha preso atto della remissione della querela, valida però solamente per alcuni episodi di violazione del nuovo domicilio della donna (non doversi procedere). Ma ha accolto, seppur mitigandole, le richieste del viceprocuratore onorario Pamela Di Guglielmo (3 anni). Nell’arringa, il difensore Matteo Monticini ha puntato l’attenzione su alcuni aspetti: il primo è che molta parte dei reati contestati risalivano a prima del 2012, quando le pene erano state inasprite, e che dunque sarebbe stato possibile applicare una disciplina più favorevole all’imputato; il secondo è che la remissione di querela (datata 2015) doveva essere intesa come un perdono sostanziale, «una richiesta di non condannare il padre del figlio» avuto insieme. Oltretutto, la stessa parte offesa aveva dichiarato che per un anno, un periodo cioè significativamente esteso, la convivenza era andata avanti senza alcun problema. Così il difensore aveva prima di tutto invocato un’assoluzione e, caso mai, una condanna che fosse contenuta nei termini del minimo per consentire la sospensione dell’esecuzione della pena, anche perché dall’unico precedente che risultava nel casellario l’imputato risultava riabilitato».
Prima che le parti procedessero alla discussione, era stata ascoltata in aula una testimone, titolare di un esercizio in cui la donna aveva lavorato per qualche tempo: ha spiegato tra l’altro che una volta aveva portato lei stessa la giovane al pronto soccorso, che una volta lui era comparso davanti al negozio minacciando la compagna, che lei spesso le aveva raccontato di aver subito degli atti di violenza.
Il giudice ha preso qualche minuto per stendere il dispositivo in cui ha riconosciuto l’uomo, presente in aula, colpevole.
(p.s.)
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