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«Parti incidentate di auto sostituivano quelle sane»

«Parti incidentate di auto sostituivano quelle sane»

GROSSETO. La preparazione dei falsi incidenti - falsi perché mai avvenuti, o avvenuti altrove o con altre modalità - era meticolosa. Doveva essere data una parvenza di veridicità: e così capitava che...

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GROSSETO. La preparazione dei falsi incidenti - falsi perché mai avvenuti, o avvenuti altrove o con altre modalità - era meticolosa. Doveva essere data una parvenza di veridicità: e così capitava che gli ideatori passassero parte del loro tempo alla ricerca dei mezzi appetibili per la “cannibalizzazione” o in carrozzeria per far risultare incidentate parti che invece non lo erano.

Al processo “Pandora 1” sull’attività dello Studio Verde l’udienza di ieri - in cui il pm Marco Nassi ha terminato di ascoltare l’ispettore Luca Ciani (è iniziato il controesame dei difensori, prossima udienza a gennaio) - è stata dedicata proprio alle modalità di accertamento che la polizia stradale aveva seguito nel corso delle indagini. Riscontri con intercettazioni, pedinamenti, video. Come il 12 gennaio 2009, quando gli agenti seguirono la Lybra di Paolo Palumbo, uno dei principali imputati, che si era recato con Luciano Pantini, poi deceduto, in una carrozzeria a Grosseto: qui erano stati smontati il cofano motore, il paraurti anteriore e il parafango destro e sull’auto erano state montate parti incidentate di altri veicoli. Poi gli interessati scattarono delle foto per ottenere la liquidazione del danno. Ma questo è solo uno dei dieci incidenti ricostruiti puntualmente in aula. Incidenti falsi, per i quali erano previste delle remunerazioni per chi si prestava a figurarvi o a procurare conducenti e passeggeri compiacenti. Come Sabrina Rossi ed Emanuele Molteni, che nelle intercettazioni si erano anche lamentati di non essere stati pagati per la loro parte: «Nell’altra agenzia pagavano subito e di più». Circa 450 euro contro 100.

Falso anche l’incidente che aveva visto coinvolto l’avvocato Paolo Malasoma, la cui Mercedes non avrebbe mai avuto alcun danno (era stato applicato dello scotch) e per il quale invece era stato sottoscritto un cid. Un altro avvocato, Elena Poli, all’epoca praticante, aveva avuto invece un’altra tipologia di incidente: un infortunio. Ma sarebbe avvenuto in casa, come aveva dichiarato al telefono all’avvocato Gabriele Valassina, e non sul marciapiede di casa, come denunciato in ospedale: dal Comune, con la testimonianza di madre e fidanzato, aveva poi avuto 1.500 euro. Altri incidenti non erano stati liquidati, perché le compagnie si erano accorte del trustec, termine usato dal pm Nassi riferendo i contenuti delle intercettazioni all’interno dello Studio Verde, dove era emersa l’urgenza di far sparire le pratiche più «sporche». E c’erano stati casi di persone che non sapevano dire né all’investigatore privato né al medico legale le modalità dell’incidente per il quale avevano denunciato di essere coinvolti: avevano dovuto consultarsi con i responsabili dell’agenzia. Pratiche sulle quali erano state messe le mani: alcuni certificati medici del pronto soccorso all’epoca presentati erano risultati contenenti codici riferiti ad altri pazienti. Non corrispondevano nemmeno certe date di visite mediche. Anche perché uno dei medici imputati, il dottor Giuseppe Retali, risultava a sciare a Bardonecchia e non al lavoro, ha puntualizzato Ciani. Lo stesso Retali, stendendo i certificati, aveva dato dichiarazioni difformi su luoghi e modalità dell’incidente, Grosseto invece di Orbetello, due veicoli invece che un camion e un’auto: «Come se non avesse visto i pazienti...», ha chiosato il pm. (p.s.)

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