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«Io vittima, ci ho rimesso 170.000 euro»
Processo Da Ponte, si difende la follonichese imputata perché ritenuta coinvolta negli illeciti ai danni dei risparmiatori
GROSSETO. Chi è Lara Dall’Acqua, una dei sei imputati del troncone grossetano del processo per la presunta truffa ai risparmiatori da 250 milioni di euro che avrebbe avuto quale figura apicale Robert Moore, alias Robert Da Ponte? È la promotrice finanziaria follonichese che avrebbe raccolto fondi da tredici clienti per l’uomo d’affari statunitense (condannato a 7 anni e 11 mesi in appello - senza l’aggravante della truffa), con il quale sarebbe stata d’accordo in quella che l’accusa classifica come una associazione per delinquere? Oppure è soltanto una delle centinaia di persone che sarebbero rimaste vittima del raggiro, come ha sostenuto lei stessa spiegando di averci rimesso 170.000 euro?
È su queste domande che ha fatto perno l’esame della donna, poco più di tre quarti d’ora di fronte al collegio del Tribunale (Muscogiuri presidente, Stramenga, Passavanti). Dall’Acqua è stata l’unica che ha accettato di rispondere, prima alle domande del suo difensore Davide Lera (e del collega Alessandro Risaliti), poi a quelle del pm distrettuale Gianni Tei. Ha spiegato di aver conosciuto Da Ponte tramite Mario Bevilacqua (già giudicato a Firenze, 3 anni e nove mesi patteggiati), nel 1999. «Da Ponte ci parlò del suo lavoro - ha riassunto Dall'Acqua - ci disse che era funzionario di una banca svizzera, che faceva investimenti. Anche io ne feci uno, fidandomi della persona che mi aveva fatto incontrare con Bevilacqua». Mai andata in Svizzera? «Sì, nel 2003. Incontrai Da Ponte, mi fece vedere la banca dove lavorava: mi tranquillizzò. Poi mi disse che cercava persone per amministrare alcuni immobili: e mi parlò di una collaborazione per la ristrutturazione e la manutenzione di appartamenti a Grosseto e a Castiglione. Io accettai. La proposta era di 400 euro mensili fissi. Inizialmente venni pagata regolarmente, da Bevilacqua, poi saltuariamente, non per intero». Il fisso era poi stato aumentato a 550 euro, ma anche in questo caso ci furono difficoltà. «Io chiesi una regolarizzazione del mio lavoro. Bevilacqua mi fece parlare con Da Ponte e questi mi parlò dell’intenzione della banca di creare un ufficio a Grosseto: sarei stata assunta lì. Ma l’ufficio non venne mai aperto». Delusa, ma anche illusa: «Nel 2006 Bevilacqua mi dette 5.000 euro, a titolo di premio fedeltà, disse lui: poi capii che era soltanto quanto avevo guadagnato da un ulteriore investimento».
Ma quei conteggi che vennero trovati a casa sua, cosa erano? ha poi chiesto il pm Tei facendo riferimento a clienti e a percentuali: «Io non avevo clienti, io non ho avuto provvigioni. Quelle sarebbero state le persone che io avrei dovuto seguire se fosse stato aperto, come promesso, l'ufficio di Grosseto». Mai assunta dall’immobiliare che gestiva gli appartamenti? «Mai». E i 400 euro? «Mai denunciati». Però ha firmato dei documenti per Rothsinvest? «Sì ma solo le copie di invio dei pagamenti per le bollette o i lavori svolti: io avevo contatti con architetti, elettricisti, idraulici. Ho solo restituito le pratiche che avevo svolto per l'immobiliare». Chiude l'avvocato Lera: lei ci ha rimesso? «Sì, 170.000 euro in certificati, tra me, mia madre e mia nonna». Un rapporto andato però avanti otto anni, dal 2003 al 2011, ha obiettato il pm: «Di anno in anno ho rinnovato i certificati».
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