Il presidio
«I giovani comprano droga, si educhino»
L’appello di don Enzo Capitani dopo gli ennesimi attacchi alla Caritas e alle persone che vengono seguite dai servizi
GROSSETO. Su Facebook, spesso e volentieri, il dito viene puntato contro la Caritas e i suoi frequentatori. Poveri, sbandati spesso che nella struttura di via Alfieri trovano un posto dove mangiare, farsi una doccia e vestirsi con abiti vecchi ma puliti. Sono loro spesso a finire al centro del linciaggio mediatico, additati come spacciatori, come gentaglia che fa della struttura una sorta di ricettacolo di tossicodipendenti o sbandati. Una descrizione - e un linciaggio mediatico - che non va giù a don Enzo Capitani che a pochi giorni dal Natale ha deciso di condividere con la città una riflessione sul ruolo della Caritas appunto. Mettendo al centro l’importanza dell’educazione. «Perché - dice don Enzo - diventare vittime della droga, dell’alcol, del tabacco o del gioco d’azzardo è una scelta individuale. Le scelte di vita non si comprano al mercato e non le vendono gli spacciatori». Anche perché, di spacciatori a mangiare alla Caritas, è ben difficile trovarne. I soldi in tasca, loro, li hanno e chi si rivolge alla struttura guidata da don Enzo fa parte di quella schiera di poveri e ultimi «che sono tali - aggiunge - singoli senza fissa dimora, famiglie sotto sfratto. E se i poveri ci sono è perché nella nostra società c’è ingiustizia: dovremmo essere noi i primi a chiederci se siamo stati davvero onesti fino in fondo».
Don Enzo Capitani guida la Caritas ma è anche il responsabile del Ceis, la comunità di recupero per tossicodipendenti. «Ho troppo rispetto del dolore delle migliaia di famiglie che in questi ultimi trent’anni mi hanno avvicinato perché un loro figlio o figlia era tossicodipendente per buttarla in caciara - dice ho troppo rispetto delle decine di giovani che ho accompagnato nel loro ultimo viaggio, uccisi da una overdose o dall’Aids come ultima conseguenza di una vita vissuta sopra le righe, per girarmi dall’altra parte, puntare il dito verso gli altri e dire che la colpa è degli altri, degli spacciatori».
Don Enzo, di ragazzi così ne ha visti passare davanti. Ragazzi che hanno deciso di intraprendere la strada del recupero. « Sanno che se vogliono uscire dalla dipendenza, il primo passo è un’assunzione di responsabilità che suona così: se sono tossico non è colpa della famiglia o degli spacciatori ma sono io che ho scelto - dice ancora - Solo da questa consapevolezza può maturare la possibilità di decidere di nuovo della mia vita. Anche trent’anni fa si diceva che la colpa era dei “nordafricani” per poi scoprire che spacciatori erano giovani grossetani. Anche allora si diceva di stare attenti ai francobolli e alle caramelle che certe persone potevano offrire; che frequentare certe piazze come San Francesco, Duomo o via Clodia era sinonimo di essere tossicodipendente. Un modo molto semplicistico per chiudere gli occhi su nostre mancanze educative».
La tossicodipendenza, l’alcolismo, il tabagismo e anche il gioco d’azzardo sono sempre frutto di scelte personali, di stili di vita. «Le scelte di vita non mi risulta che si comprino al mercato o da alcune persone, spacciatori o altri, ma si conquistano con la fatica quotidiana di un percorso educativo che si fa assaporando il gusto della vita e la bellezza di ciò che hai grazie al tuo impegno. O vogliamo ancora credere che i luoghi dell’educazione e dell’aggregazione siano attualmente immune dal problema dello spaccio? O vogliamo ancora credere che il centro città sia “devastato” solo da “forestieri” e non anche da alcuni nostri ragazzi, che si aggirano per le vie del centro saturi di alcool?». Solo l’impegno individuale e familiare, supportato dalle istituzioni, secondo don Enzo, può costituire l’unico argine possibile, perché si tratta sempre e comunque di persone. «E quello che succede sporadicamente alla Caritas - dice - non mi sembra diverso da quello che succede quasi ogni sera in centro».
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