Il Tirreno

Grosseto

«La riserva naturale minacciata dalla caccia»

di Fiora Bonelli
«La riserva naturale minacciata dalla caccia»

Le doppiette si spingono troppo nelle vicinanze dell’oasi, denuncia il Wwf «I cani inseguono i cinghiali davanti ai visitatori. È pericoloso». Appello al prefetto

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ROCCALBEGNA. Nella riserva regionale del Bosco Rocconi di Roccalbegna – che è anche oasi Wwf – si fa la caccia al cinghiale. E questo mette in pericolo non solo l’ecosistema di quell’habitat ma anche l’incolumità di tante famiglie che si recano lì con i bambini per fare passeggiate.

È un vero e proprio disastro: le cacciate al cinghiale nei pressi dell’oasi Wwf hanno già – e fin dall’anno scorso – costretto i visitatori hanno ad assistere a scene da far west, in cui branchi di cani sguinzagliati ad inseguire la preda, attraversano l’oasi, mettendo in serio pericolo l’incolumità dei visitatori.

Anche domenica 11 dicembre è successo quanto appena descritto, così come la domenica precedente: sono accadimenti che si replicavano dal dicembre 2015. Non è certo la prima volta che succedono: «Domenica – spiega Fabio Cianchi, coordinatore Wwf Grosseto – è successo come tante altre volte. È stato un danno doppio, perché i cani hanno fatto entrare in riserva i cinghiali che a volte sono insanguinati e questo davanti a visitatori, spesso bambini: non è proprio il top. Poi c’è la questione pericolo. Sono due domeniche che i cani che inseguono gli ungulati vengono dalla parte di Triana, mentre si è interrotto, fortunatamente, l’ingresso nell’oasi dalla parte del Rigo, come accadeva l’anno passato. I cacciatori devono premunirsi. Che trovino soluzioni, magari invertendo il senso di caccia e facendo spingere dai cani il cinghiale verso la parte opposta all’oasi».

Domenica, come le altre volte, l’arrivo degli ungulati seguiti dai cani ha creato un vero e proprio panico tra gli animali e le persone presenti nella riserva naturale. «È ormai un metodo sistematico di circondare la riserva e Oasi del Wwf - incalza Cianchi – spingendo i cani all’interno, nella speranza di far uscire gli animali braccati. Ma i cacciatori -aggiunge- che conoscono bene il territorio, dovrebbero sapere come fare una battuta senza mettere a repentaglio l’incolumità delle persone e la tranquillità degli animali presenti a Rocconi».

Cianchi chiede se «questo è il metodo scelto dalle amministrazioni per gestire la caccia al cinghiale» e ricorda di aver fatto di tutto per la creazione di questa oasi che serve a rilanciare il territorio: «Non si può più tollerare – dice – il ripetersi di questi episodi che sono noti a tutti e che mettono a rischio non solo la biodiversità delle aree protette, ma anche la vita delle persone che nelle riserve ci vivono, contribuendo ad una economia fondamentale per l’entroterra maremmano».

Il coordinatore del Wwf Grosseto torna anche sulla problematica, oggi di grande attualità, dell’aumento e della pericolosità dei cinghiali in Italia: «È ormai noto che una delle cause dell'aumento dei cinghiali in Italia è stata la sua mal gestione venatoria. Sono passati quarant’anni e ad oggi non solo la popolazione dei cinghiali è in aumento, ma si continua ad inficiare anche il ruolo delle riserve naturali, nate per fare conservazione, e non per cacciare. I cinghiali che dalla località Triana sono stati spinti nella riserva di Rocconi da branchi di cani, non solo possono creare problemi al delicato equilibrio dell’area protetta, ma possono essere inconsapevolmente origine di incidenti per i visitatori e per il personale».

E infine una riflessione sulle responsabilità e un appello al prefetto Cinzia Torraco: «Siamo curiosi di sapere – chiede Cianchi – chi si assumerà la responsabilità in caso di incidenti: la squadra responsabile della cacciata? Le amministrazioni? Gli organi di controllo ridotti ai minimi termini? Certo che no, la responsabilità sarà sempre dei cinghiali». E invece Cianchi indica i responsabili nei cacciatori: «Questa categoria andrebbe “curata” con le sanzioni previste per legge. Purtroppo gli organi di polizia ambientali sono rimasti pochissimi e spesso sono impossibilitati a garantire una concreta sorveglianza. Facciamo appello al Prefetto affinché garantisca l’incolumità delle persone all’interno delle aree protette: è un loro diritto».

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