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Grosseto

Il trionfo del “no” scuote la politica

Il trionfo del “no” scuote la politica

Provincia in controtendenza sulla Toscana, il centrodestra esulta. Ma lo scenario locale si conferma molto “mobile”

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GROSSETO. La Maremma, come il resto d’Italia, ha premiato il no. Con un margine meno netto rispetto alla media nazionale (53,1 per cento contro il 59,1), ma che comunque spicca nello scenario di una regione in cui invece ha prevalso il sì con il 52,1. In Toscana hanno detto no anche Livorno (con un margine risicatissimo), Lucca e Massa Carrara, dove i contrari alla riforma hanno fatto il “record”, a quota 58.

Sul fronte dei singoli comuni, il no nella nostra provincia batte il sì 18 a 10, centrando peraltro l’obiettivo nei centri più grandi: Grosseto, Follonica e Orbetello. La zona costiera è tutta per il no, tra Colline Metallifere, Amiata e Colline del Fiora l’esito è a macchia di leopardo. Il no fa il risultato migliore a Isola del Giglio (58,4), il sì a Castell’Azzara (57,24).

Questi sono i numeri (da leggere in dettaglio nella tabella che pubblichiamo in queste pagine) della consultazione referendaria. Siccome però – come spiegano tutti i più autorevoli istituti di analisi – quello di domenica è stato un voto innanzitutto politico (pro o contro Renzi e il suo governo) è inevitabile che il giorno dopo anche in provincia di Grosseto ci si eserciti sul significato politico di questi risultati a livello locale.

Così fanno per primi i vincitori, che traggono da questo voto la conferma del buono stato di salute di cui gode il centrodestra in Maremma. E in effetti Grosseto, Orbetello, Monte Argentario e via dicendo ribadiscono con nettezza il loro posizionamento acquisito alle amministrative.

Più arduo, invece, pesare il (sorprendente) successo del no in feudi del Pd come Follonica, Scarlino, Santa Fiora e Arcidosso. In queste realtà sono infatti aperte pesanti vertenze ambientali (geotermia e inceritore) e si muovono comitati molto attivi che hanno chiesto di bocciare la riforma nel merito, per il maggior potere che proprio su questi temi la riforma avrebbe attribuito al governo centrale.

Ovviamente si discute molto in queste ore soprattutto sul risultato di Grosseto, dove si consumava il primo test politico dopo il ritorno del centrodestra al governo della città.

Il primo aspetto che balza agli occhi è l’affluenza: per il referendum ha votato il 71,7 per cento degli aventi diritto, contro il 67,4 che andò alle urne il 6 giugno scorso per scegliersi il proprio sindaco. Un fatto inedito, che si può spiegare in due modi: o con un interesse eccezionale per la riforma costituzionale, o come la riprova che per molti, alle amministrative, l’astensione fu una scelta precisa rispetto a un quadro politico che nel complesso non li rappresentava.

Poi c’è l’aspetto curioso delle percentuali “gemelle”: 54 a 46 (decimale più decimale meno) è lo stesso risultato con il quale Antonfrancesco Vivarelli Colonna (centrodestra) si impose su Lorenzo Mascagni (Pd) al ballottaggio. Conferma piena degli equilibri di forza in città, dunque?

Non proprio. E lo dicono i numeri assoluti. Al primo turno delle amministrative infatti Mascagni (Pd e due liste civiche) prese 14.649 voti, mentre al referendum il sì ne prende 20.646, seimila in più. E 1.300 in più di quelli incassati dal Pd quando da solo, alle Europee del 2014, ebbe il 50,1 per cento dei voti in città.

Dall’altra parte Vivarelli Colonna (centrodestra compatto) incassò 16.777 voti, mentre Giacomo Gori (M5s) ne prese 8.385. Insieme, insomma, i due grandi poli schierati per il no al referendum, il 6 giugno sommavano 25.162 voti (senza contare la sinistra); mentre il 4 dicembre a Grosseto il no di voti ne ha presi 24.775, circa 300 in meno.

Cosa può significare tutto questo? Una cosa molto semplice: che ormai l’elettorato – anche a Grosseto – è come si suol dire “liquido”, e si sposta sui contenuti (persone comprese) facendo apparire e sparire seimila voti da un mese all’altro. Dunque se anche il “no” dell’Italia e di Grosseto alla riforma di Renzi è netto, nulla è scontato rispetto al futuro e in particolare per il voto locale. Dove per vincere servono persone credibili, buoni progetti (o controprogetti) di governo, ma soprattutto la capacità di non arroccarsi e di allargare il proprio appeal anche oltre il proprio elettorato tradizionale.

Di rendita, come dimostra proprio il Pd con quel 50,1 del 2014 dimezzatosi nel 2016, non si campa più.

Emilio Guariglia

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