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Una vita su due ruote Addio al pilota Toncio
Meccanico e preparatore di moto rombanti è morto a 96 anni Fabio Toncelli aveva corso l’ultima gara nel 1972
GROSSETO. Quando alla radio ha cominciato a passare “Il tempo di morire”, nel 1970, di motociclette 10 Hp tutte cromate, ne erano passate tante sotto le mani di Fabio Toncelli. Pilota che amava la velocità su due ruote, che si appassionava quando il vento gli schiaffeggiava il volto, quando con le dita andava a modificare carburatori e ammortizzatori. Aveva cominciato giovanissimo a correre e l’ultima gara l’aveva disputata nel 1972, a 52 anni. Fabio Toncelli è morto ieri, a 96 anni. Era un ragazzo del secolo scorso che aveva attraversato la sua vita mangiando la polvere della strada in sella alle sue moto. Aveva fatto la campagna di Russia, aveva vissuto la guerra e si era innamorato di Teresa con la quale aveva trascorso insieme 68 anni.
Oggi alle 14,30 si svolgeranno i funerali a Sterpeto, dopodiché la sua salma riposerà accanto a quella di sua moglie, nel forno che aveva comprato per riunirsi a lei quando Teresa se n’era andata.
Fabio Toncelli, nella sua lunga vita, aveva lavorato per tantissime officine ed è stato il meccanico e il preparatore di tantissimi piloti. Ne aveva conosciuti tanti, durante la sua carriera. Prima, come sfidanti, poi, quando nel 1972 decise di abbandonare l’agonismo e ritirarsi nella sua officina, come preparatore.
E quella passione per i pistoni, per i carburatori, per i tubi di scappamento e per le carene lo ha tenuto vivo e attivo fin da vecchio. «Aveva più di ottant’anni e ancora mi accompagnava in giro per l’Italia - racconta il nipote Emiliano - Ogni volta che andavo a fare una gara, fino a una decina di anni fa, nonno veniva con me».
La passione per la moto era passata da nonno a nipote e Fabio, che aveva perso pochi mesi fa il figlio Franco, era rimasto attaccatissimo alla figlia Franca e ai suoi nipoti: Emiliano, Veronica, Alessandro e Marco. Da poco diventato bisnonno di Emma e Mattia, Fabio aveva deciso di tirare giù la saracinesca della sua ultima officina, quella che aveva aperto in via De Barberi, all’inizio del nuovo secolo.
Il passaggio dal 1900 al 2000 non gli aveva fatto paura e anche se le moto ormai erano molto diverse da quelle che era abituato a maneggiare e cavalcare lui all’inizio della sua carriera, aveva deciso di continuare. Per sentire ancora il vento che gli schiaffeggiava la faccia e il sapore della polvere in bocca.
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