Il presidio
Il grande viaggio nelle radici di una comunità
Dopo cinquant’anni la memoria privata viene condivisa. E diventa patrimonio di tutti
di EMILIO GUARIGLIA
«La nostra vita è divisa tra prima dell'alluvione e dopo l'alluvione», dice Loretta Tecchi.
Loretta è una dei tanti grossetani che, in questi mesi, ha voluto raccontare pubblicamente il suo novembre 1966. La testimonianza, raccolta dal poeta Luca Bonelli, è una di quelle che accompagnano le ventuno schede realizzate dal Tirreno con le fotografie dell’Agenzia Bf e distribuite nelle scorse settimane con il quotidiano in edicola. Una testimonianza esemplare che Bonelli sa restituire in un folgorante frammento di semplicità: «Eravamo una famiglia di contadini… Senza mangiare, nessuno, né le bestie né noi, i vitellini mangiarono i giornali che stavano dentro una valigia, le vacche rimasero fuori, le vedemmo morire…».
Ecco. L’alluvione “per la povera gente”, come la definirono Pilade Rotella e Luciano Bianciardi, è tutta qui.
C’è un prima e un dopo. E in mezzo qualcosa che non si dimentica. Che non può essere dimenticato da chi c’era, che non deve essere dimenticato da chi c’è e da chi ci sarà.
Da sempre Grosseto discute sulla sua identità, l’identità fragile di un paesone rimasto a galla per secoli tra campi e paludi e improvvisamente diventato città nella seconda metà del secolo scorso grazie a un poderoso arrivo di immigrati. Immigrati da ogni parte d’Italia, ma anche dai cento paeselli circostanti, portati qui dal lavoro che affrancava dalla vita agra: uffici pubblici, scuole, corpi militari, commercio, servizi.
Difficile trovare a memoria d’uomo, in questo magnifico miscuglio di origini e tradizioni di una società giovanissima, la radice comune. Ma il lungo viaggio tra memoria e presente che il Tirreno _ e non solo _ ha intrapreso con i suoi lettori in occasione del cinquantesimo anniversario dell’alluvione aiuta a suggellare una certezza: la grande piena del 1966 è forse l’unica vera proprietà collettiva dei grossetani, il bene e il male di tutti, una sorta di “mito” fondante della città moderna.
Per capire, basta farsi un giro sugli argini ogni volta _ e purtroppo accade ancora molto spesso _ che l’Ombrone si gonfia ed entra in golena. Ci si ritrova in tanti, lassù. A centinaia. Ma soprattutto ci si trovano genitori e nonni con figli e nipoti. Una mano all’ombrello e l’altra in quella del piccino, guardano e raccontano. Ricordano la paura e le ore avventurose, contano i numeri degli idrometri del Sasso e del Berrettino, ripetono come un mantra “speriamo che il mare riceva”…
Così è, e così è sempre stato dal novembre 1966, ogni volta che a Grosseto piove forte. E così, per mezzo secolo, la memoria si è tramandata. Da una generazione all’altra, sulle ali di quella tradizione orale tipica della memoria popolare. Perché quella del 1966 a Grosseto fu un’alluvione per la povera gente. E come tale, come ogni storia popolare, a dispetto della sua vastità non ha mai avuto voce nella Storia ufficiale, quella scr. itta dai grandi media che all’epoca consegnarono agli archivi le contemporanee tragedie di Firenze e di Venezia dimenticando, o quasi, tutto il resto.
I grossetani invece non hanno dimenticato. Ma per mezzo secolo, a parte poche lodevoli eccezioni, hanno affidato il loro ricordo al passaparola, tenendoselo stretto in quella dimensione privata e personale alla quale la Storia sembrava averlo consegnato. Ognuno forse rinviando a “un domani” il desiderio di condividere, di far conoscere a tutti. Ma il tempo stringe, i capelli sono sempre più bianchi, i testimoni sempre meno. E in chi è rimasto quel desiderio diventa urgenza.
Così l’occasione del cinquantesimo anniversario si rivela un formidabile strumento e forse per la prima volta le “celebrazioni di rito” escono dalla ritualità per trasformarsi in un autentico, grande momento di riappropriazione della propria storia di comunità. I grossetani vogliono raccontare, in prima persona, e rispondono in massa all’invito di chi _ come il Tirreno o il gruppo Facebook La Piena del 66 a Grosseto _ chiede loro di mettere nero su bianco la memoria, di consegnarla al futuro della carta o del web.
Il primo, esemplare segnale lo manda Claudia Milani, la “ragazza sul tetto”, icona della tragedia. Claudia la sua storia, il rifugio su quel tetto e l’attesa del soccorso dal cielo, l’ha raccontata spesso in passato a giornalisti e scrittori che l’avevano intervistata. Ma stavolta e per la prima volta, nel 2016, vuole scriverla di suo pugno e chiede espressamente di pubblicarla così, in prima persona. «In questo modo _ spiega _ i miei nipoti un giorno potranno leggerla e ascoltarla come dalla mia voce».
Dopo la pubblicazione di quella lettera sul Tirreno, Claudia è invitata da giornali e trasmissioni televisive nazionali. E la sua decisione contribuisce finalmente _ cinquant’anni dopo _ a far parlare l’Italia dell’alluvione silenziosa, dell’alluvione di Grosseto.
Con quel semplice gesto “la ragazza sul tetto” è come se spalancasse il vaso di Pandora. Decine di persone, guardando le foto dell’archivio Bf pubblicate dal giornale riconoscono i luoghi, le persone, i fatti. E ci scrivono per raccontare. Ci scrivono “i tre ragazzi meravigliosi”, i fratelli Orlandini che nel novembre 1966 spalavano il fango davanti alla loro casa di via Ferrucci e che nel 2016 accettano di farsi fotografare ancora, tutti insieme, davanti a quella casa. Ci scrive Claudio Ciucchi, che si riconosce giovanissimo volontario al centro di smistamento viveri di palazzo Cosimini. Ci scrivono, col desiderio di vedere finalmente la loro esperienza riconnessa all’esperienza collettiva, singoli testimoni e gruppi, come i “Rangers” di Istia d'Ombrone.
I racconti sono tanti e tutti diversi. Qualcuno, attraverso il giornale, manda un affettuoso abbraccio ai coraggiosi genitori o a persone care che non ci sono più; altri raccontano di “angeli” sconosciuti e conosciuti, altri ancora riportano alla luce azioni preziose cancellate dal tempo. Ed emergono aspetti inediti, o quantomeno poco conosciuti, di quei giorni lontani.
Cinquant’anni dopo, per esempio, il naturale pudore si affievolisce ed è possibile finalmente dirselo apertamente: la tragedia fu una straordinaria esperienza di vita che non lasciò solo ferite ma anche indelebili emozioni positive. Chi allora era bambino, infatti, ricorda l’euforia di quei giorni, un’avventura così grande da sembrare un gioco. E chi era adolescente ricorda giorni di impegno e di libertà, in cui si faceva gruppo, notti fuori casa in cui si scopriva l’amore, in cui improvvisamente si diventò grandi. Un prima, un dopo.
Grosseto insomma scrive e si riprende il pezzo più importante della propria giovane storia di città. E lo fa – di nuovo – con un’azione collettiva, cosa di questi tempi rarissima.
Può apparire cupo immaginare che una “radice identitaria” sia piantata in una tragedia. Ma non è così. Perché tutti, ma proprio tutti, di quel novembre 1966 ricordano lo spirito solidale, l’aiuto incondizionato che ognuno offriva all’altro, la forza di sentirsi uniti contro il senso di abbandono, la capacità di rimboccarsi le maniche tutti insieme: i sacerdoti con la tonaca arrotolata alle ginocchia per camminare nel fango e i minatori comunisti che lasciano il martello e imbracciano la pala.
Se c’è un messaggio che arriva, al termine del viaggio nella memoria, è proprio questo. Mai come nei giorni dell’alluvione Grosseto è stato un comune e i grossetani una comunità. Insieme hanno sofferto, insieme hanno ricostruito.
È questa la storia più bella. Grazie a tutti voi che ci avete aiutato a raccontarla.
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