Imbottisce il figlio di farmaci e cerca di togliersi la vita
Patteggia una mamma sotto accusa per lesioni aggravate La telefonata a un amico aveva scongiurato la tragedia
GROSSETO. È la storia di un dramma privato, di una così grande sofferenza per il figlio malato che la madre non poteva più sopportare. Ma è anche la storia di una vicenda penale, pubblica, perché la donna è finita sotto inchiesta per lesioni aggravate, per la somministrazione di benzodiazepine al figlio in quantità tale da metterne in pericolo la vita. Era avvenuto quello stesso giorno in cui la donna aveva deciso di mettere fine propria esistenza. Lui venne dichiarato fuori pericolo, la donna è viva.
E ieri è comparsa davanti al giudice dell’udienza preliminare Valeria Montesarchio per rispondere di questa vicenda fatta di certificati medici e di telefonate drammatiche, di provvedimenti giudiziari di allontanamento e della indispensabilità della vicinanza della madre al figlio per garantirne l’assistenza.
Un giorno dell’aprile dell’anno scorso la donna aveva deciso di uccidersi, voleva gettarsi dalla finestra. Un proposito maturato verosimilmente con il passare del tempo, per il peso sempre crescente delle cure prestate al figlio oggi trentenne che tanto tempo fa rimase invalido permanentemente a causa di un incidente stradale. Due però le decisioni che lei, quasi settantenne, aveva adottato prima di mettere in atto il progetto di morte: secondo l’accusa, avrebbe somministrato al figlio una decina di compresse di un farmaco che ne avrebbero poi causato un’intossicazione da benzodiazepine, tale da metterne in pericolo la vita, probabilmente per non far capire al figlio cosa stava succedendo; poi aveva telefonato a un amico, annunciandogli che stava per togliersi la vita. L’amico aveva cercato di dissuaderla. Poi, compreso che il progetto era reale, immediato, e che la situazione era gravissima, l’uomo aveva dato l’allarme.
Il 118 e le forze dell'ordine erano intervenute immediatamente. L’ambulanza aveva portato il figlio all’ospedale, dove era stato sottoposto a lavanda gastrica e salvato. Dal Misericordia era poi necessariamente partita la segnalazione alla magistratura, per l’accertamento di eventuali responsabilità. La vicenda era stata ricostruita dai carabinieri della Procura. Sulla base di questi accertamenti, il giudice aveva disposto l’allontanamento della donna dal figlio, a tutela della vita e comunque della salute di quest’ultimo. Il ragazzo era stato sistemato in una casa famiglia, la donna in una residenza per anziani. Una misura cautelare durata un mese: su richiesta del difensore, l’avvocato Franco Ciullini, la donna aveva potuto tornare a occuparsi del figlio, come fa tutt’oggi.
Nel frattempo, la sostituta procuratrice Laura D’Amelio aveva chiuso le indagini e chiesto il rinvio a giudizio della donna, non per tentato omicidio ma per le lesioni, aggravate dal pericolo per la vita, dal fatto commesso contro il discendente e in danno di una persona disabile. Ieri il processo si è chiuso. Non ci sarà un dibattimento pubblico, non c’è stato nemmeno un confronto tra accusa e difesa sulla base degli atti prodotti. È stata scelta la strada del patteggiamento. Due anni e pena sospesa. Vicenda chiusa.
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