Il Tirreno

Grosseto

Caccia di frodo al cinghiale Scoperti con le fototrappole

di Pierluigi Sposato
Caccia di frodo al cinghiale Scoperti con le fototrappole

In due sotto accusa per i furti di animali e gli accessi abusivi all’azienda Polverosa Uno ha patteggiato la pena, per l’altro il procedimento torna alla Procura

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ORBETELLO. Per alcuni capi di imputazione relativi a battute di caccia al cinghiale di frodo erano sotto accusa in due, per altri singolarmente. Per uno dei due il procedimento è già terminato, con il patteggiamento; per l’altro, le carte sono tornate alla Procura che dovrà procedere con citazione diretta.

Sergio Turetta, 50 anni, di Orbetello, ha patteggiato 1 anno e 4 mesi più 600 euro di multa con il giudice dell’udienza preliminare Sergio Compagnucci: nove i capi che gli venivano contestati e per i quali ha chiesto scusa. Decisive le immagini delle fototrappole, cioè degli apparecchi videofotografici installati all’interno dell’azienda faunistica venatoria “La Polverosa” che erano entrati in funzione al momento del passaggio delle persone. Da queste foto era scaturito il riconoscimento, unitamente all’identificazione da parte degli agenti del corpo forestale.Agli atti eseguiti nell'immediatezza delle contestazioni, erano poi seguita nell’ottobre successivo la perquisizione domiciliare disposta dal sostituto procuratore Salvatore Ferraro, che aveva chiesto poi anche il giudizio.

Sergio Turetta, assistito dall’avvocato Elena Pellegrini, era accusato con Carlo Turetta, 69 anni (avvocato Giulio Torlone), di aver esercitato la caccia al cinghiale in periodo di divieto per almeno quattro volte tra l’agosto e il settembre 2015, e anche in una giornata di silenzio il 29 settembre 2015. Sergio doveva rispondere da solo anche della ricettazione (e questo è stato ritenuto il reato più grave) di una doppietta calibro 12 del 1947, di produzione artigianale, ritenuta clandestina e quindi - altra contestazione - detenuta illegalmente a casa; del possesso di una sessantina di cartucce a palla, per armi comuni da sparo, di cui non aveva fatto denuncia all'autorità; dell’omessa denuncia della perdita di possesso di una doppietta; di aver portato in luogo pubblico un fucile da caccia (nelle occasioni corrispondenti agli accessi abusivi alla Polverosa - l'accusa ne ha appunto contati cinque) con una licenza scaduta ai primi di agosto 2015; del furto di un numero imprecisato di cinghiali abbattuti all'interno dell’azienda, di notte; del tentativo di furto dei cinghiali nei recinti dell'azienda; dell’ingresso abusivo nel fondo dell'azienda, in parte recintato e in parte delimitato da un muretto, con lo scopo di impossessarsi dei cinghiali. Di queste ultime tre imputazioni doveva rispondere anche Carlo. Per lui, però, il giudice ha ritenuto non necessaria l'udienza preliminare, trattandosi di reati a citazione diretta. Così ha rimandato le carte in Procura. L'azienda venatoria si era costituita con l'avvocato Fabiana Di Vincenzo, cui il giudice ha riconosciuto le spese.

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