La mia odissea per rientrare a Castel del Piano
«Era la sera del 3 novembre 1966, il tempo era particolarmente perturbato e cadeva una fitta pioggia. Mi trovavo nel mio ufficio all'Inail, presso il quale lavoravo da 4 mesi». Comincia così il...
«Era la sera del 3 novembre 1966, il tempo era particolarmente perturbato e cadeva una fitta pioggia. Mi trovavo nel mio ufficio all'Inail, presso il quale lavoravo da 4 mesi».
Comincia così il racconto di Giuseppino Terzuoli, da lui affidatoci per ricordare uno dei tanti problemi in cui si dibattevano i maremmani in quei giorni: come lasciare la città per tornare dai propri cari. «Stante le pessime condizioni del tempo - prosegue Terzuoli - il capo ufficio decise di far uscire il personale prima del normale orario di lavoro, per evitare possibili danni alle persone. Per motivi familiari, avrei dovuto recarmi al mio paese (Seggiano), per cui mi misi subito in marcia con la mia Bianchina 500, confidando nella mia giovane età. Giunto al centro di Roselle, mi resi conto che non si poteva continuare a causa della sede stradale inondata. Cercai di tornare verso Grosseto, ma anche in questo caso la cosa si dimostrò particolarmente difficile. A questo punto, decisi di continuare per Istia d’Ombrone. Mi seguiva un signore di Chianciano, con la sua auto, che mi pregò di fargli da guida non conoscendo il percorso per raggiungere l’Amiata».
Non era finita: «Prima di Istia, un’improvvisa ondata di piena trasportò un tronco di legno sotto la mia auto e, a stento, riuscii a togliere l’ingombro e a ripartire. Quando traversammo il ponte di Istia, lo stesso sembrava scosso da un terremoto a causa della piena (infatti in seguito crollò). La salita verso Cinigiano fu molto disagiata a causa di rami e sassi che dovevano essere rimossi per liberare la carreggiata. Il mio compagno di viaggio, non partecipava alle fatiche dicendomi: “Lei è giovane e, ormai è bagnato, ed è inutile che mi bagni anche io!” La visibilità era pressochè nulla e si andava avanti quasi a passo d'uomo. Superato l’abitato di Monticello Amiata, nei pressi del cimitero del paese, era caduto un grosso ramo di castagno, che riuscii, con molta fatica, a trascinare fuori dalla strada e a continuare così il nostro percorso. Al ponte sul torrente Zancona, nei pressi di Arcidosso, l’acqua aveva superato le spallette e il passaggio fu difficoltoso e anche molto rischioso».
Giuseppino Terzuoli riuscì ad andare avanti: «Arrivati a Castel del Piano, il mio compagno di viaggio si fermò all’hotel Impero e io continuai da solo per raggiungere Seggiano. Appena uscito dall’abitato di Castel del Piano, al ponticino prima del cimitero (ora non più esistente), c’era un tronco di pioppo attraversato e dovetti dar fondo a tutte le mie residue energie per rompere la pianta e continuare il mio viaggio».
«Dopo 3 ore di viaggio (per percorrere 65 chilometri) - è la conclusione - arrivai a destinazione stanco, infreddolito e con l’auto piena di acqua, ma felice per lo scampato pericolo».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
