Quelle mani giù nel fango E la promessa: «Mai più»
Parla la figlia dell’assessore Giorgetti che alle 7 di mattina si precipitò nella golena «Noi eravamo a casa e lui ci mandò un biglietto, così scoprimmo il cataclisma»
di TAMARA GIORGETTI *
«Quel maledetto 4 novembre 1966 cominciò, per la verità, il giorno prima. Il cielo si fece color piombo e l’acqua per troppe ore venne giù a catinelle in Maremma e, soprattutto, in montagna. Fece buio prima quella sera, un’oscurità minacciosa, rotta da un fitto “balenìo”, come fosse un bombardamento. Pareva che le cateratte del cielo si fossero rotte; un “lavoro” in quel modo non si ricordava a memoria d’uomo. La gente cominciò a preoccuparsi, ci si interrogava aggrottando le fronti, i più vecchi cominciarono a presagire il disastro: e disastro fu!».
Comincia così il capitolo sull’alluvione nel libro di mio padre. Solo due paginette alla fine, non aveva voglia di parlare dell’alluvione e come dice lui «troppe cose di cui si è scritto e parlato fino alla noia». Ma ricordo alcune immagini che sono stampate nella memoria di tutti noi come la foto della bambina sul tetto dell’idrovora di Cernaia.
L’Ombrone ruppe gli argini in quattro punti alle 7,55 della mattina del 4 novembre 1966 ed entrò con tutta la sua prepotenza in città sommergendola con la sua acqua marrone, portandosi dietro tutto quello che trovava. In poche ore la città e la provincia furono sotto quattro metri di acqua. I segnali c’erano tutti, da giorni ormai pioveva a monte, e in Maremma si sa che, quando piove a lungo a Buonconvento, le notizie non sono mai buone. Nonno Gino scuoteva la testa e borbottava fra sé e sé parole che non lasciavano dubbi: il peggio poteva arrivare. Ne avevano viste di piene i vecchi grossetani; e specialmente loro che venivano da Volta di Sacco conoscevano bene il fiume. Le targhe sono tutte lì attaccate sulle mura, a Porta Vecchia, a testimoniare le piene dell’Ombrone degli ultimi 100 anni e i metri erano sempre più alti.
L’alluvione di Grosseto, definita giustamente da Pilade Rotella e Luciano Bianciardi “L’alluvione della povera gente”, l’alluvione che colpì una provincia già molto povera con un alto tasso di disoccupazione. Grosseto fu dimenticata perché lo stesso giorno l’Arno esondò allagando Firenze: la capitale dell’arte italiana “rubò” la scena e non solo, a Firenze arrivò di tutto da tutto il mondo.
Ma una cosa va detta: a Firenze l’Arno esondò, ma a Grosseto l’Ombrone ruppe gli argini ed è cosa ben diversa. Un fiume esonda dolcemente, ma quando rompe lo fa con tutta la prepotenza di cui è capace e l’Ombrone è un fiume a carattere torrentizio quindi ha la prepotenza di un torrente, non la dolcezza di un fiume.
I giornali e i telegiornali di tutto il mondo riportarono solo articoli e immagini di Firenze e neppure qualche riga sulla Maremma. Sicuramente l’alluvione di Firenze fu drammatica, perché colpì un patrimonio di inestimabile valore; ma la piccola provincia maremmana visse lo stesso dramma. Quindi dopo 50 anni rendiamo giustizia, ricordiamo, ricordiamo tutti quelli che lavorarono giorni e mesi. Anche in Maremma ci furono gli Angeli del fango.
Il Genio civile era. in preallarme, i turni di guardia per capire quanto cresceva il fiume erano ormai fissi e fu la prima volta che sentii parlare di “portata d’acqua della piena”, di metri oltre il “limite di guardia”. E ormai superato il limite di guardia, era importante capire se l’acqua correva verso il mare o no: se durava il vento di terra il mare riceveva l’acqua dell’Ombrone. Ma il vento cambiò.
La mattina il telefono squillò molto presto, prima delle 7 e andai io a rispondere. Era il comando dei vigili urbani che voleva urgentemente babbo, seppi dopo che lo avvisavano di andare subito a controllare perché sembrava che l’Ombrone stesse andando fuori dalla golena, ma non sapevano di preciso dove, e alcune strade erano già allagate. Noi abitavamo al quinto piano, quindi eravamo più che sicure, babbo uscì e lo rivedemmo a notte fonda, arrivò solo un biglietto per avvisarci di quello che stava succedendo.
Uscito da casa si era diretto verso sud, aveva pensato di andare verso la “barca” passare la ferrovia a Gorarella e andare a vedere il livello dell’acqua. Ma si trovò di fronte un muro di acqua che stava arrivando, fece una rapida conversione sui binari e si diresse verso la Prefettura, che fu l’unica sede di istituzione a rimanere asciutta – anche il Comune era finito sott’acqua – e da lì partì la macchina dei soccorsi.
L’Ombrone aveva rotto gli argini in quattro punti, due appena fuori città dove era il Motel dell’Agip e poi in via dei Barberi, dove il fiume entra in città, l’argine è vicino alle case.
All’inizio c’era un solo elicottero, uno di quelli piccoli con sotto lo zatterone arancione. Gli altri, quelli dell’esercito,partiti da Roma, erano rimasti bloccati per il forte vento, così come rimasero bloccati i mezzi anfibi: non riuscirono a metterli in acqua per attraversare il ponte Mussolini, spazzato via. Rimase bloccata anche la troupe della Rai che stata venendo a Grosseto per i festeggiamenti del 4 novembre all’aeroporto militare.
Nessuno riuscì a entrare in città prima di due giorni, ma i grossetani non si lasciarono vincere dalle acque, conoscevano la forza dell’Ombrone e sapevano cosa dovevano fare: rimboccarsi le maniche.
Babbo, come assessore al Comune di Grosseto, fu consegnato dal nostro sindaco Renato Pollini in quanto conoscitore del territorio anche senza cartine topografiche, inutili essendo tutto il territorio sott’acqua. Il pilota, militare (dettero un grosso aiuto i militari), e mio padre partirono per un giro d’ispezione, e si resero conto che la situazione era più drammatica del previsto. Tutto era sommerso, le cascine, i poderi, le case cantoniere, tutto coperto, e non si capiva che fine avesse fatto la gente: una grande desolazione. Avvisarono la popolazione, con un megafono dall’elicottero, dicendo di salire sui tetti e cominciarono i lanci di biscotti e latte: a quei tempi le bottiglie erano di vetro e molte si rompevano, ma poi cominciarono ad arrivare a segno e la gente non si sentì più sola.
Le acque si ritirarono lasciando fango dappertutto, carcasse di animali, macchine, biciclette, motorini e anche autobus, tutto quello che si trovava nelle case, sulle strade e in ogni luogo dove l’acqua era entrata. Grosseto non aveva grandi opere d’arte come Firenze, ma ha avuto l’acqua molto alta ed è stata dimenticata. I maremmani, gente dura e tenace, si sono rimboccati le maniche e hanno saputo da subito che avrebbero dovuto fare da soli e da soli fecero.
Il giorno in cui si ritirarono le acque i prezzi degli stivali di plastica e delle pompe per aspirare l’acqua dagli appartamenti e cantine erano andati alle stelle: gli sciacalli sono sempre presenti nelle disgrazie.
Dal nostro terrazzo si vedeva bene il ponte dei Macelli, e da sotto quel ponte passava di tutto: macchine, autobus, camion addirittura e animali, tanti animali di tutte le specie e taglie, alcuni ancora vivi che cercavano disperatamente di salvarsi. In tutto questo dramma che si stava consumando ci giunse voce che i proprietari del negozio di alimentari proprio attaccato al ponte, che abitavano nel nostro palazzo, erano rimasti bloccati dall’acqua. Pensando che fosse una cosa passeggera non avevano pensato di chiudere e andarsene. Quando l’acqua cominciò a salire anche loro cominciarono a scalare gli scaffali del loro negozio e dovettero passare la notte abbarbicati sull’ultimo piano degli scaffali. Furono salvati due giorni dopo.
Quando riuscimmo a uscire da casa e fare pochi metri intorno a noi, c’erano solo fango e desolazione, ma anche tanti grossetani con le mani nel fango. E da quelle immagini la promessa che non sarebbe più successo.
*Figlia di Enzo Giorgetti
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