Il Tirreno

Grosseto

Così la Chiesa scese in campo nella città ferita

Così la Chiesa scese in campo nella città ferita

Don Franco Cencioni ricorda quei giorni Tragici, ma anche capaci di unire la comunità

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«La sferzata che l’alluvione inferse a Grosseto quel 4 novembre del ‘66 risvegliò in tutta la città un senso di coesione che è rimasto come eredità positiva di un evento che nella memoria di tutti resta tragico e doloroso».

Don Franco Cencioni è senza dubbio una delle memorie storiche di Grosseto. Coi suoi novant’anni portati disinvoltamente, conserva nitidi ricordi, aneddoti, particolari dell’alluvione di cinquant’anni fa. All’epoca era un giovane prete, parroco della Cattedrale, e dell’impegno che la Chiesa mise per far fronte ai tanti bisogni della gente duramente provata e ferita dalle acque limacciose dell’Ombrone è stato, in tutti questi anni, fedele e scrupoloso custode. Ha raccolto documenti, elenchi, lettere, ritagli di giornali, fotografie che costituiscono un archivio importante, anzi essenziale, se si vuol raccontare con puntualità e completezza quei giorni drammatici ed epici, dolorosi e al tempo stesso paradigmatici dell’indomita forza di volontà dei maremmani.

«Il 4 novembre del ‘66 – ricorda nitidamente – a impressionarmi di più fu il rombo delle acque, che erano arrivate in piazza Dante e in piazza Duomo da via Ricasoli e via Manin. Dal sagrato del Duomo si ebbe una visione impressionante. Insieme a don Amleto Pompili, canonico della Cattedrale e responsabile dell’Oda, l’Opera diocesana assistenza, ci recammo subito dal vescovo Primo Gasbarri e con lui in Prefettura, dove gli fu messo a disposizione un collegamento telefonico con la Santa Sede. Da Roma dettero disposizione all’amministratore apostolico monsignor Gasbarri di impegnare subito cinque milioni delle vecchie lire per far fronte ai primi bisogni della gente».

Fu la Diocesi la prima a mettere in piedi, in quelle drammatiche ore, un centro di assistenza, affidato alla gestione sapiente della presidente provinciale del Centro italiano femminile, Sofia Orlandini Ginolfi. «Coi giovani volontari raccattati tra le file dell’Azione Cattolica e della Fuci – ricorda ancora monsignor Cencioni – demmo vita a questo centro di assistenza nei locali del Duomo. Acquistammo non so quante confezioni di acqua e generi alimentari per poterli distribuire non appena le acque avessero cominciato a defluire. E infatti il 5 novembre, grazie a un mezzo anfibio dell’Esercito, assieme ad alcuni ragazzi riuscii a fare un primo giro tra coloro che abitavano in fondo a via de’ Barberi, saliti ai piani alti, ospiti di altri condòmini, perché le loro case erano state invase dall’acqua e perché c’era pericolo. Non andammo a mani vuote: portammo taniche di latte caldo e cioccolato, preparati grazie alla disponibilità dell’albergo Duomo, e prendemmo nota delle necessità della gente con la promessa che nella stessa giornata avremmo provveduto. E infatti riuscimmo a reperire tante cose, portando perfino bombole del gas e corpi illuminanti. La prestanza e la sagacia del viceparroco del Duomo, don Giulio Mariotti, e di diversi giovani, fece sì anche le famiglie che vivevano nelle strade tra porta Vecchia e porta Corsica potessero essere raggiunte e anche lì furono portati aiuti di ogni genere».

Fu, però, la solidarietà semplice di tante persone a commuovere, in quei difficili giorni. «Ricordo che dalla Puglia e dalla Ciociaria ci inviarono perfino il pane, che quando arrivò a Grosseto non era più freschissimo, oppure i salumi inviati da Lucca, assieme a vestiti, coperte, perfino utensili da cucina e l’autotreno carico di materassi Permaflex, che il Prefetto Chiesi, da poco trasferito, ci fece giungere da Pistoia. Tutto raccogliemmo nel nostro centro di assistenza, senza buttar via nulla e devo dire che tanta solidarietà ci commosse e ci fece sentire meno dimenticati, seppure i riflettori erano accesi su Firenze, non certo sulla Maremma».

Don Franco conserva con grande cura l’elenco completo di tutti coloro che fecero donazioni in soldi, in prodotti, in alimenti. «È un elenco prezioso, che deve continuare a generare gratitudine», dice. Mentre proprio in questi giorni monsignor Cencioni ha ritrovato una lettera, scritta da un gruppo di Guide scout di Roma, nel marzo del 1967, alle famiglie di Principina Terra dalle quali per mesi quelle giovani scout della Capitale si erano recate per portare aiuti. «È una lettera che mi ha commosso – confida il sacerdote – perché sono loro a ringraziare noi».

Come non ricordare, poi, l’invio a Grosseto, da parte di Papa Paolo VI, del suo delegato, monsignor Andrea Pangrazio, allora vescovo di Gorizia e segretario della Cei. «Con lui e col vescovo Gasbarri – continua don Franco – girammo nei luoghi più sinistrati della città e delle campagne, su una camionetta messa a disposizione della Polizia. Facemmo tappa al Seminario, dove don Umberto Ottolini, all’epoca rettore, fece in tempo a portar via dalla cappella il Santissimo Sacramento prima che le acque invadessero tutto. Andammo tra la gente che aveva perso tutto e a cui la presenza del rappresentante del Papa fu di conforto e di aiuto a non mollare. Il Papa dispose di donare cinquecentomila lire alle famiglie più colpite, mentre a tutte le famiglie di Principina Terra regalò una stufa. C’è qualcuno che ancora la conserva, come ricordo di quei difficili giorni».

Ci sono poi ricordi personali, che riaffiorano alla mente. Come, ad esempio, l’aiuto che per due settimane don Franco potè ricevere da un giovane studente di teologia, Angelo Comastri. Arrivava da Sorano, assieme a don Enzo Baccioli e alcuni giovani. Quel giovane seminarista, che anni dopo sarebbe diventato vescovo e poi cardinale, «si dette da fare alacramente per far fronte ai tanti bisogni che si presentavano».

A cinquant’anni di distanza da quell’evento don Franco Cencioni pesca tra i ricordi e aiuta a non dimenticare che quel 4 novembre la piena dell’Ombrone riversò in città tanta acqua, che portò distruzione e sofferenza, ma fece germogliare anche un ritrovato senso di appartenenza e di collaborazione «che la gente, in gravissime difficoltà, notò e apprezzò».

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