Il Tirreno

Grosseto

E il pompiere corse a salvare la figlia neonata

di GABRIELE BALDANZI
E il pompiere corse a salvare la figlia neonata

Arnolfo Chelli viveva in via de’ Barberi con moglie e bimba di tre giorni: le mise al sicuro, poi tornò a casa dopo dieci giorni

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di GABRIELE BALDANZI

Barbara Chelli è nata il 30 ottobre del 1966, nella casa dove i genitori vivevano a pigione, al civico 4 di via de’ Barberi. È una delle figlie dell’alluvione e a raccontarci oggi la storia del suo rocambolesco salvataggio è il padre, all’epoca pompiere. Si chiama Arnolfo e di quei giorni, di quel periodo, conserva ricordi nitidi.

Arnolfo Chelli oggi ha 76 anni, la figlia Barbara quasi mezzo secolo. Lui e la moglie vivono a Maiano Lavacchio, ma si considerano grossetani. L’alluvione del 4 novembre mise in ginocchio la famiglia Chelli, ne condizionò la vita per gli anni successivi e ancora oggi, nonostante il lieto fine, traspare rammarico dalle sue parole. «Abitavamo in un appartamento al piano terra, proprio all’inizio di via de’ Barberi, davanti a dove oggi c’è l’edicola di piazza De Maria, proprio dietro al fioraio Lanzoni. Con Miranda eravamo sposati da poco, un paio d'anni. Eravamo giovani, io avevo un lavoro e i suoceri nella casa sopra la nostra. Tutte le condizioni per mettere su famiglia. Barbara nacque quattro giorni prima del disastro».

Chelli, dicevamo, era un vigile del fuoco. Lo avevano assunto dopo aver fatto il militare in quello stesso corpo. E nei vigili del fuoco ci rimarrà fino al 1990. Il suo racconto, dettagliato, parte dalla vigilia, dalla sera del 3 novembre. «Io ero in servizio e già nel tardo pomeriggio del 3 la situazione era diventata pesante e caotica. Mi ricordo che, in diverse strade, fogne e collettori non ricevevano più. Era caduta tantissima acqua e noi eravamo in servizio su Roselle, dove il Salica era uscito dagli argini. Anche dalla frazione di San Martino arrivavano notizie di altri allagamenti. Siccome facevo anche l’autista, con il camion mi fu chiesto di trasportare le persone alluvionate da Roselle a Grosseto. Feci diversi viaggi, finché non rimasi al buio. A Roselle l’acqua in alcuni punti arrivava ai fari del camion. Evidentemente filtrò, inumidì i fili e le lampadine e fece saltare l’impianto elettrico».

La sera il Comune iniziò a trasferire i suoi mezzi dall'area di cantiere al quartiere di Barbanella, che nel 1944 (quando ancora esistevano pochi edifici) non si era allagata, grazie a quei due metri in più di altezza. «Continuammo il servizio per tutta la notte – sono ancora parole del Chelli – in un crescendo di preoccupazione. Alle prime ore del mattino, senza fari, con due colleghi, facemmo una ricognizione sul Diversivo, a San Martino. Le acque dell’Ombrone erano a filo dell'argine. Mi preoccupai per la bimba e per Miranda. Tornai in centrale, presi l’850 e corsi a casa. Avevo chiaro quanto fossimo vicini all’Ombrone. Facemmo appena in tempo a mettere sopra al tavolo la mia fisarmonica e il frigorifero, trasferimmo alcune cose al primo piano, dove vivevano i miei suoceri, e poi tornai a lavoro. Neppure dieci minuti dopo arrivò l'onda che ci distrusse la casa. L’acqua arrivò a 2 metri e ottanta. Perdemmo tutto, compresi i mobili di cui ancora pagavamo le cambiali. Ma le mie donne erano salve... Nei giorni successivi portavamo loro latte, zucchero, pane e altri beni di prima necessità con il gommone».

Solo dieci giorni dopo, con le acque in ritirata, Chelli riuscì a staccare dall’officina (dove l'avevano destinato essendo anche un bravo elettricista) e tornare a casa, per fare la conta dei danni: un milione e ottocentomila lire. Gli dettero una casetta prefabbricata in via Clodia: «Ci restammo fino al ‘70. Una situazione difficile. Risarcimenti? Ci liquidarono con un assegno da cinquecentomila lire. Una miseria. Ancora oggi mi domando perché, alla fine, non si ebbe il coraggio di minare e far saltare la ferrovia, come nel 1944. Gli artificieri erano in condizioni di farlo».

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