Il Tirreno

Grosseto

Il Faggio della Contessa è malato: è Albero Monumentale dal 1923

di Fiora Bonelli
Il faggio nel 2002 e oggi
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Il faggio nel 2002 e oggi

Pianta simbolo del bosco amiatino, avvolta da una romantica leggenda, ha ormai perso il suo splendore

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CASTEL DEL PIANO. Sta morendo il faggio della Contessa, «un albero di linfa blu», come lo definisce lo studioso di alberi monumentali Valido Capodarca che ne ha parlato diffusamente dandogli grande risalto nel suo “Toscana, cento alberi da salvare” (Vallecchi, 1983), e venti anni dopo in “Alberi monumentali della Toscana” (Edifir, 2003). Quasi sicuramente se ne andrà per raggiunti limiti di età: ormai la sua fine sembra segnata.

Il faggio simbolo del bosco amiatino e impronta digitale della grande piazza verdeggiante chiamata “Prato della Contessa”, nel comune di Castel del Piano, a 1410 metri di quota, fra la vetta dell’Amiata e la Montagnola, ha il sangue nobile ed è legato alla famosa leggenda della contessa Gherarda degli Aldobrandeschi signora di Cana, che con l’amante Adalberto di Chiusi si incontrava segretamente proprio in quel prato solitario. Un amore infelice e appassionato, perché Gherarda fu poi costretta a sposare Orsino da Pitigliano, ma continuò, come vuole la leggenda, a incontrarsi con Adalberto.

Il faggio della Contessa, anche se gode dell’aristocratico titolo nei suoi segni identificativi, è però assai più giovane di Gherarda, la cui storia si colloca in piena età medievale. «Secondo me – spiega Capodarca – il limite di età per un faggio dovrebbe essere 300 anni e questo della contessa ci sta molto vicino».

LA VIDEO STORIA

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Dunque, l’albero monumentale, con la sua inconfondibile struttura piramidale di un verde brillante di primavera e d’estate, è arrivato al capolinea. Capodarca ne ha seguito passo-passo l’evoluzione e il declino: «Una foto da me scattata al faggio nel 2002– spiega fornendone documentazione fotografica – mostra l’albero in perfetta salute con la sua bella figura piramidale, in posizione decentrata sull’arioso Prato della Contessa, sul Monte Amiata. Mi vedo costretto a riproporre lo stesso albero, questa volta in termini certamente più mesti».

«La pianta – continua l’esperto – uno dei primi casi in Italia, era stata dichiarata Albero Monumentale e soggetto a tutela già nel 1923. Quando ne feci la scoperta, nel 1980, aveva una circonferenza del fusto di 4,22 metri; nel 2002 essa era salita a 4,56 metri. L’amico Giacomo Clementi, nell’inviarmi la prima foto, mi comunicava che nel 2015 era di 4,77 metri. L’aumento di 55 centimetri in 36 anni sarebbe sintomo di buona salute. Invece, il nostro albero è arrivato alla fine del suo ciclo vitale. D’altronde, doveva essere di grosse dimensioni già nel 1922, se venne giudicato degno di tutela. Oggi la parte della sommità è parzialmente scomparsa, e parzialmente seccata; vistosi funghi stanno aggredendo il legno ormai marcito».

Nell’arco di un anno è stato ben visibile il suo declino inesorabile. Due fotografie inviate a Capodarca da Giacomo Clementi, scattate nel 2015 e nell’ottobre 2016 lo dimostrano: «Fra le due foto corrono esattamente 365 giorni – nota lo studioso – Un anno, direte voi. Ma quest’anno è stato bisesto; anno funesto, come dice il proverbio; e per il glorioso faggio lo è stato veramente. Entrambe le foto sono di Giacomo Clementi: la prima mi è stata inviata il 16 ottobre 2015, la seconda il 15 ottobre 2016. Il confronto mostra a chiare lettere il tracollo a cui il celebre faggio è andato incontro».

Faggio della Contessa addio? Pare di sì: «Non so quanto altro tempo potrà sopravvivere. Un anno? Due? Non so di quanto – conclude – la scienza potrà prolungarne la vita. È comunque vicino il momento in cui il mito inghiottirà la fama del grande faggio e lo porterà a tenere compagnia a quelli della Contessa Gherarda e di Adalberto».

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