Il Tirreno

Grosseto

Falsi incidenti Valassina racconta il metodo Pandora

di Francesca Gori
Falsi incidenti Valassina racconta il metodo Pandora

Testimonia l’avvocato messo in carcere dopo il patteggiamento «Servivano canali che ci procurassero sinistri e li pagavamo»

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GROSSETO. In tribunale è entrato con tre casacche diverse: quella dell’avvocato, quella dell’imputato, poi quella del testimone. Gabriele Valassina ieri è arrivato nell’aula di assise del palazzo di giustizia scortato dagli agenti del carcere di Massa Marittima dove è stato portato lo scorso agosto.

È lui il secondo testimone di giornata del sostituto procuratore Marco Nassi a sfilare davanti al collegio nel processo che si è aperto a quasi sette anni dal blitz della polizia (dicembre 2009). Processo che vede al centro l’attività dello Studio Verde, lo studio di pratiche infortunistiche aperto proprio dall’avvocato insieme a Stefano Rossi, anche lui imputato in questo primo troncone del processo. Si parla di truffe alle assicurazioni, con falsi incidenti e cinquanta imputati chiamati a rispondere (i principali di loro) anche del reato di associazione a delinquere.

Il primo testimone (Vanessa Spocci), resta per pochi minuti sul banco dove siede subito dopo di lei l’avvocato Valassina, chiamato dal pm Marco Nassi: dietro e accanto all’accusa tanti colleghi del legale che ora sta scontando la pena di 2 anni e 4 mesi nel carcere di Massa Marittima.

È Valassina ad aggiungere tasselli a quello che aveva già raccontato durante l’interrogatorio del 23 dicembre 2009. Nassi chiede, domanda, incalza. Ma con garbo: con lui avrebbe potuto battagliare in aula, con ruoli differenti. Ora Valassina (assistito dall’avvocato Luigi Sartini) è testimone, dopo aver attraversato anche lo status di imputato e carcerato.

«Con Rossi volevamo aprire un bar - sala giochi - spiega subito - poi il progetto è naufragato e abbiamo virato sull’agenzia di pratiche infortunistiche. Rossi era digiuno del settore e si doveva occupare della parte promozionale mentre io di quella legale». Nasce così lo Studio Verde, l’agenzia finita poi nell’occhio del ciclone della polizia stradale dove vengono sequestrati documenti, pratiche relative a incidenti anche mai avvenuti, personal computer. Nasce con Valassina, Rossi e in seguito con l’ingresso di Simona Bonsanti, anche se - ha spiegato in aula l’avvocato - le cose sarebbero cambiate quando alla porta dell’agenzia si è affacciato Paolo Palumbo. «Lavorava per Enzo Betti (indagato in un altro filone, ndr) e conosceva bene il sistema - spiega Valassina - soprattutto aveva contatti con quei canali che a noi mancavano. Era lui che ci procurava gli incidenti dei quali poi ci occupavamo noi». C’erano medici che redigevano certificati, persone che percepivano soldi per dichiarare di essere stati coinvolti in incidenti mai avvenuti, sinistri sul lavoro che diventano stradali e una rete fatta di persone da “oliare” con i soldi. «L’agenzia ha passato anche dei momenti di difficoltà economica - dice Valassina - e oltre alle spese che dovevamo sostenere per mandare avanti l’attività c’erano quelle per pagare i segnalatori». È qui che si sofferma il pm Marco Nassi quando consegna al collegio l’agenda sulla quale Rossi, socio di fatto di Valassina, appuntava le cifre pagate a medici, infermieri, fisioterapisti, carrozzieri, più avanti, anche ad alcuni appartenenti alle forze dell’ordine.

Un sistema che però aveva messo in difficoltà più volte l’avvocato. Dopo che alcune pratiche, quelle per i falsi incidenti, erano state fatte sparire dall’agenzia - nella testimonianza di Valassina la maggior parte di questi incidenti erano gestiti direttamente da Palumbo - l’avvocato si rifiutò di utilizzare la sua auto per un falso incidente. «È troppo sporca per me, ragazzi», legge il pm Nassi nel brogliaccio delle intercettazioni. «Quella volta avrei dovuto utilizzare la mia auto per fare un falso incidente - dice ancora l’avvocato testimone - ma mi sono tirato indietro». A chi si prestava come falso incidentato venivano pagati anche 500 euro di compenso. Mentre i clienti che dovevano sottoporsi a cure mediche non sborsavano un euro: anticipava l’agenzia, d’accordo con i medici e con le strutture che poi sarebbero stati rimborsati una volta liquidata la pratica da parte dell’assicurazione. Valassina però di falsi incidenti ne riconosce molti meno di quelli che gli sono stati contestati e anche ieri in aula l’ha ribadito più volte. «Era il sistema del “trustec” come si dice in Maremma - ha spiegato al pm che ne ha chiesto conto - Si potevano pagare persone per simulare falsi incidenti ma anche quando un incidente era vero. Questa è una delle lezioni di vita che mi ha dato il signor Palumbo».

Più che ironia, nelle parole di Valassina c’è amarezza. Perché quando lo Studio Verde trovava compagnie di assicurazioni che, ad esempio, anziché pretendere la fattura da parte del medico si accontentavano di un progetto di notula, veniva richiesta una cifra maggiore. E la “cresta” ai danni dell’assicurazione veniva divisa tra il medico, Valassina e Rossi. Palumbo invece, riceveva compensi in percentuale a quanto lo studio poteva ricavare dagli incidenti segnalati.

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