Il presidio
Caso farfalla, lo scultore: per fare una grande opera ci vuole un grossetano
Grosseto, l'artista e docente Stefano Corti candida cinque nomi di maremmani (d'origine o d'adozione) per la realizzazione del monumento per i 50 anni dall'alluvione del '66. Ecco a chi ha pensato.
GROSSETO. C’è una generazione di grossetani che ha vissuto la terribile alluvione del 1966 attraverso il ricordo raccontato dei padri, dei nonni, ma anche degli amici più anziani. E allo stesso modo di chi l’ha vissuta davvero, sente la drammaticità di quell’evento come qualcosa che gli appartiene.
Stefano Corti, artista e insegnante di scultura alle serali del liceo artistico Bianciardi, ha 50 anni. È nato proprio nel ’66 Corti: tant’è che scherza, «sono figlio dell’alluvione». A lui come a molti altri suoi concittadini non piace l’idea di affidare un’opera monumentale – da inaugurare cinquant’anni dopo la calamità, cioè il 4 novembre 2016 – ad un artista che, pur di grande fama, ha poco a che vedere con Grosseto e la Maremma.
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Non è questione di farfalle: è questione di memoria. Di memoria condivisa: passata – per averla vissuta direttamente o assorbita dai racconti di madri e nonne – nel proprio Dna. Possibile, si chiede Corti, che non si sia pensato ad un artista locale per realizzare un’opera del genere? Lo scultore di nomi in testa ne ha diversi: e ce li fa. E il caso vuole che, proprio pochi giorni prima che scoppiasse l’affaire farfalla, lui si fosse fatto avanti per realizzare quell’impresa artistica.
Professore, ci racconta come e quando si è candidato a realizzare un’opera per il 4 novembre?
«Ho parlato con l’assessore Fausto Turbanti il 29 settembre e gli ho illustrato la mia idea».
E lui cosa le ha risposto?
«Ah, era assai entusiasta».
E quindi?
«Mi ha detto di rivolgermi al vicesindaco Luca Agresti per le risorse economiche».
Agresti cosa le ha detto?
«Che non c’è un euro. E che per eventuali sponsor avrei dovuto muovermi da solo».
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Ah ecco. Ci descrive quale opera avrebbe realizzato?
«Avevo due proposte. Una divinità-demone etrusca, in marmo, che si taglia i capelli; nell’iconografia i capelli sono spesso associati all’acqua; avrei rappresentato i capelli-acqua con delle lastre di metallo. E l’acqua, inizialmente eccessiva, avrebbe trovato, piano piano, il naturale sfogo, insinuandosi nella linea di terra».
E la seconda idea?
«Un elemento solido, geometrico, per rappresentare la città invasa dall’acqua; e due terrapieni che avvolgono la terra. E sopra, oggetti sferici».
Le sfere cosa significano?
«Un amico un po’ più anziano di me mi raccontò che a Grosseto il 4 novembre del ’66 galleggiavano mappamondi e palloni: questa immagine mi è rimasta impressa nella mente».
E, invece, a poche ore dallo “stop” di Agresti, ha saputo che i grossetani avranno il “farfallone” di Isgrò...
«Guardi, io non voglio apparire come quello che vuole fare la scultura al posto di Isgrò, che per altro è un grande artista che apprezzo molto. Non voglio parlare della farfalla perché il punto è un altro».
E qual è?
«Non mi è piaciuto il metodo. Io credo che si sarebbe potuto aprire un bando pubblico per coinvolgere maggiormente la città. Vede, il racconto di certi ricordi legati all’alluvione mi tocca moltissimo, mi tocca da vicinon nell’intimo: per me realizzare qualcosa per la mia città sarebbe stata fonte di ispirazione. E per questo credo che una qualunque opera monumentale avrebbe un senso in più, ulteriore, se venisse realizzata da un artista grossetano o maremmano».
Ci dica qualche “nome autoctono” che lei candiderebbe.
«Ci sono tanti artisti locali che lavorano ad alti livelli. Penso a Lucio Pari, che in centro ha realizzato la fontana Il Melograno; penso ad Annarita Frate, bravissima scultrice, mia collega; a Paul Fuchs, straniero d’origine ma maremmano d’adozione, che ha creato il magico Giardino dei Suoni sulle colline di Boccheggiano; penso a Irma Alonzo, maremmana che vive a Roma, ideatrice del parco Il Boschetto a Gorarella. Penso a Emily Young che vive a Batignano».
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