Il Tirreno

Grosseto

Fermo biologico per la pesca a strascico Soffiano venti di crisi

di Enrico Giovannelli

Trenta imbarcazioni costrette in banchina fino al 18 ottobre Manai: «190 giorni di lavoro all’anno per tutelare il settore»

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CASTIGLIONE DELLA PESCAIA. Da oltre 25 anni il fermo biologico marino è imposto ai pescherecci: e anche quest’anno, da Brindisi a Imperia, dal 19 settembre e fino al 18 ottobre, per chi lavora con lo strascico e le volanti, è obbligatorio fermarsi.

Nel compartimento di Livorno, dove insistono le marinerie di Piombino, Castiglione della Pescaia e Argentario, sono circa 30 le barche che dovranno stare all’ormeggio in banchina. Ferme.

Una situazione che non è mai piaciuta ai marittimi, anche perché considerata inutile e che non porta vantaggi a nessuno. Uno studio completo sugli andamenti della ripopolazione marina non è stato fatto, anche perché le specie sono numerosissime e sono altrettanto numerose le variabili che condizionano l’ambiente di riproduzione.

Un’ipotesi non scientifica potrebbe essere quella di ritrovarsi, dopo il mese di stop, circa il 10% in più di pesce in mare. Ma anche in questo caso ci sono molte dinamiche, come il fatto che il mercato durante i mesi di ottobre e novembre non risponde alle maggiori offerte, scoraggiando quindi maggiori produzioni di pescato.

A stilare le problematiche del settore, in perenne crisi per i costi di produzione, da quello del gasolio a quello del lavoro, ci prova Roberto Manai, responsabile regionale di Federpesca.

Il suo è un ragionamento a 360 gradi che non riguarda esclusivamente il fermo biologico, ma anche il futuro del comparto: «Chi fa la pesca a strascico – spiega Manai - è un numero ristretto di pescatori, anche se produce circa il 70% del pescato locale. Le nostre barche lavorano in aree come minimo ad un miglio e mezzo dalla costa, con profondità di oltre 50 metri, e a tre miglia dalla costa nei punti in cui la batimetrica non supera i 50 metri. In questo contesto il fermo serve a poco o nulla. La luce utile all’ambiente infatti non arriva a quelle profondità, e il fondale non presenta condizioni ideali per la riproduzione. Sono anni che facciamo queste considerazioni ma siamo inascoltati». Ad integrare i costi sostenuti per il periodo di fermo c’è poi una sorta di cassa integrazione, la Cassa integrazione straordinaria per l’equipaggio, che l’Inps eroga regolarmente con un ritardo di circa 14 mesi dal mese di fermo.

Così i 15 milioni stanziati rimangono nelle casse pubbliche per oltre un anno. Ugualmente per le imprese di pesca, che obbligate a fermarsi, hanno a disposizione circa 18 milioni di contributo, per accedere al quale occorre attivare meccanismi di richiesta complessi e onerosi e quando assegnati, arrivano anche questi dopo oltre un anno dall’effettuazione del fermo.

Manai rilancia una proposta di Federpesca, nell’ottica di migliorare l’azione, senza esasperarne i danni alle imprese e all’economia nazionale: «L’idea è quella di assegnare ad ogni impresa di pesca a strascico un massimo di 190 giornate di lavoro all’anno, nel rispetto del contratto nazionale di lavoro che prevede il riposo settimanale, sabato e domenica, e le festività nazionali. Potremmo avere il pescato fresco nazionale per tutto il periodo dell’anno, diminuendo però le giornate di pesca complessive. E i contributi risparmiati potrebbero essere utilizzati per migliorare la produttività qualitativa delle imprese e per la formazione degli equipaggi».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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