Il Tirreno

Grosseto

Anita, una vita spesa per dare la vita

di Francesca Ferri
Anita, una vita spesa per dare la vita

L’ostetrica Sabatini ha fatto nascere centinaia di grossetani Forte ed emancipata, ha saputo precorrere i tempi

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GROSSETO. C’è un’intera generazione di grossetani “figlia” della stessa “mamma”. Una donna speciale, intelligente, emancipata, una donna che nella prima metà del secolo scorso ha saputo trovare la propria strada, diventando un punto di riferimento per la propria comunità. E che oggi, nei giorni in cui la città sta scoprendo quanto poche sono le donne, soprattutto quelle locali, protagoniste della toponomastica (si veda box in alto a destra), meriterebbe le venisse dedicata una strada, magari proprio in quel quartiere che lei ha contribuito a far nascere, il quartiere di piazza Tripoli.

Questa donna è Annita Ducci Sabatini, per tutti “Anita”, storica levatrice di Grosseto dagli anni Trenta alla prima metà degli anni Cinquanta del secolo scorso.

Nata il 19 settembre 1885 a Civitella, allora nel comune di Campagnatico, e morta il 3 agosto 1955, Anita era sposata con Giovacchino Sabatini, originario di Castel Fiorentino, dipendente delle Ferrovie e titolare di un'azienda agricola con allevamento di fagiani e produzione di vino. Andarono ad abitare a Grosseto, in piazza Tripoli, al primo piano del civico 2.

Ebbero due figli, Fernanda – che diventerà un’apprezzatissima insegnante – e Danilo – che ha lavorato a lungo nel cinema ed è anche balzato alle cronache rosa per la relazione con Ornella Vanoni – ma tantissimi sono coloro che ancora oggi si considerano un po’ “figli” di Anita.

Perché Anita, intraprendente ventenne, non aveva affatto intenzione di passare la vita in casa a fare solo la moglie, la mamma e la casalinga.

Intraprendente ed emancipata, negli anni Dieci del Novecento parte da Grosseto e va a studiare Ostetricia all’università di Siena. Oggi è un percorso comune a molti giovani, ma all'inizio del secolo scorso era una rarità. A maggior ragione per una donna.

Il 20 giugno 1912 Anita si diploma in Ostetricia, con ben tredici anni d’anticipo rispetto alla legge che solo nel 1925 renderà obbligatori i corsi di formazione per le levatrici; dal 1930 risulta iscritta all’albo professionale delle ostetriche, del quale nel 1954 – un anno prima della sua morte – è anche sindaca revisora.

Nel mezzo, una vita passata ad assistere le partorienti di tutta Grosseto e dintorni, nelle loro case. «Mia nonna non era una donna che si risparmiava – racconta la nipote Flavia Nati, figlia di Fernanda –. Mia madre, che parlava spesso di lei e che aveva per sua madre una vera ammirazione, mi raccontava che con qualunque stagione, anche d’inverno, sotto la pioggia, a qualsiasi ora del giorno e della notte, lei partiva per assistere qualche partoriente, che fosse a Grosseto o anche nei dintorni, in campagna».

E sì che ne ha assistite. Secondo una ricerca condotta da Gabriella Lepri, ex presidente dell’associazione Olympia De Gouges e anche lei assistita alla nascita da Anita Ducci Sabatini, la levatrice nel 1935 aiuta a far nascere 82 bambini e bambine. Nel 1939 il numero sale a 105, e tutti nascono vivi.

«È tutto materiale che abbiamo trovato all’Archivio di Stato – spiega Lepri –. I dati venivano registrati in modo puntuale nel periodo fascista».

Sono gli anni dell’Onmi (Opera nazionale maternità e infanzia), dell’ideologia del “numero come potenza”, della battaglia demografica. Un periodo di repressione della libertà della donna, che è privata del diritto di scegliere sulla propria maternità. L’uso dei contraccettivi viene punito, l’aborto – già dichiarato illegale dal Codice penale Zanardelli del 1889 – viene ritenuto un crimine contro l’integrità della stirpe.

Non meno dura è la vita delle ostetriche (termine che nel frattempo ha sostituito quello di “levatrici”). «Si pensi solo al fatto – spiega Lepri – che le ostetriche non potevano usare macchine private per assistere le partorienti, ma solo “macchine di piazza” e autobus, per scongiurare che venissero coperti gli aborti».

Una regola che sopravvive alla caduta del fascismo. «Nel 1941 – racconta ancora Lepri – a un’ostetrica di Batignano fu negata la patente proprio per questo motivo».

Eppure, nonostante le difficoltà, Anita Sabatini ama il suo lavoro. «I quegli anni – spiega la nipote Flavia – praticamente tutti nascevano in casa. Solo chi era meno abbiente, o aveva problemi di salute, andava a partorire all’ospedale. Io stessa sono nata in casa, in piazza Tripoli, e mi ha fatta nascere mia nonna».

Un parto tenerissimo. «Mia madre mi ha sempre raccontato che in quei momenti avevano perso di vista la nostra cagna – spiega –. La ritrovarono sotto il letto dove mia mamma mi aveva dato alla luce: anche lei aveva partorito e aveva i suoi cuccioli lì vicino».

Il lavoro frutta bene. Le tariffe, ritrovate anch’esse all’Archivio di Stato, erano divise per prestazioni diurne e notturne: 70 lire il giorno e 140 la notte per la visita (se la futura mamma andava a casa dell’ostetrica risparmiava qualcosa: 60 e 120 lire era la tariffa). L’assistenza al parto costava da 2.000 a 4.000 lire in città e da 2.500 a 5.000 lire in campagna. In tutto, in quegli anni, sono cinque le levatrici nel comune, attive anche a Istia d’Ombrone, Montepescali e Batignano (tre diplomate a Firenze e due a Siena).

«Il lavoro rese mia nonna una donna emancipata – racconta ancora Flavia, che aveva solo un anno quando la nonna morì –. Anticipò tutto quello che sarebbe venuto dopo. In casa mia il ritornello non era “sposati e metti su famiglia, ma lavora e renditi autonoma”». Una donna la cui memoria è ancora viva in molti grossetani (si veda box a sinistra), e che meriterebbe di essere ricordata ancor di più. «Una strada a lei intitolata? Magari, sarebbe una cosa bellissima», conclude la nipote.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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