Vittime di violenza, 140 casi in un anno: un centro per aiutare le donne in difficoltà
In via Ansedonia il riferimento per chi subisce abusi: "In Italia cultura pericolosa, ma ci si può salvare"
GROSSETO. «Tutte le donne che si rivolgono a noi ricordano bene quale è stato il primo episodio di violenza fisica. Nessuna ricorda invece il primo episodio di violenza psicologica. Perché la violenza nasce così: poco alla volta, giorno per giorno, un lento stillicidio. Del resto, è la goccia che scava la roccia, non l’acquazzone». Sabrina Gaglianone e Rita Teodori siedono alla scrivania del loro ufficio al centro antiviolenza di Grosseto, nei locali distaccati dell’ex Provincia di Grosseto in via Ansedonia 6. Non ci sono insegne, solo le iniziali: “Cav”, e l’indicazione dell’Associazione Olympia De Gouges, per garantire il massimo della discrezione a chi viene a bussare.
[[atex:gelocal:il-tirreno:grosseto:cronaca:1.13963095:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/grosseto/cronaca/2016/08/14/news/al-centro-antiviolenza-fondi-quasi-azzerati-ma-le-attivita-continuano-1.13963095]]
In un anno 137 donne aiutate. Sull’ufficio si apre una porta che dà su un’altra piccola stanza. «Si prega cortesemente di non interrompere durante i colloqui. Grazie mille», recita il cartello fuori. Qui solo nel 2015 di colloqui di orrore, abusi, violenze le operatrici del centro ne hanno raccolti centosettantasei (uno ogni due giorni), per ottantanove donne in tutto. Donne che il centro antiviolenza di Grosseto ascolta, aiuta e, faticosamente, ma con successo, riesce a liberare dal gioco di mariti e compagni maltrattatori. Insieme agli altri punti d’ascolto distaccati di Follonica, Castel del Piano, Manciano e Orbetello, le donne che si sono rivolte alle operatrici del cav nel 2015 sono state 137 (circa 30 casi a Orbetello, altrettanti a Follonica, sotto la decina a Castel del Piano), in tutta la provincia. Dalla sua fondazione a oggi circa 800 donne sono state seguite dal centro.
[[atex:gelocal:il-tirreno:grosseto:cronaca:1.13963080:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.iltirreno.it/image/contentid/policy:1.13963080:1652261730/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]
“La Città donna”. È questa la realtà che Il Tirreno vuole raccontare nella quinta puntata de “La città donna”, l’iniziativa che il nostro giornale ha inaugurato il 4 agosto in vista dell’apertura de “La Città visibile”, la manifestazione artistica e culturale che il Cedav di Fondazione Grosseto Cultura organizza a Grosseto a settembre (con eventi anche in provincia), e che quest’anno è dedicata al tema dell’arte al femminile.
Cinquanta volontarie. Un luogo, il centro antiviolenza, ma soprattutto un team di operatrici, tutte volontarie, tutte donne – come vuole lo statuto dell’associazione, dalla quale il centro è gestito – che da diciassette anni lavorano per prevenire e contrastare la violenza sulle donne e che resta un porto sicuro dove mogli, madri, fidanzate possono interrompere la loro quotidianità fatta di soprusi.
[[atex:gelocal:il-tirreno:grosseto:cronaca:1.13943799:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/grosseto/cronaca/2016/08/10/news/i-mitici-anni-90-quando-il-potere-si-tinse-di-rosa-1.13943799]]
Le operatrici sono una cinquantina: psicologhe, psicoterapeute, avvocate, commercialiste, pediatre... Donne specializzate in ambiti differenti perché la violenza, spiega la presidente Gaglianone, attacca la vita intera della donna. «Una donna che fugge da un uomo che la maltratta, oltre a ferite psicologiche e fisiche, deve affrontare problemi legati alla casa, ai soldi, al lavoro, alla giustizia. Noi mettiamo a disposizione le nostre figure, ma la donna è libera di appoggiarsi al proprio avvocato o alla propria avvocata, se già ce l’ha». «Non c’è un’unica disciplina che le aiuta a rimettersi in gioco – spiega la vicepresidente Teodori –. Perché la violenza è un fenomeno strutturale».
[[atex:gelocal:il-tirreno:grosseto:cronaca:1.13963105:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/grosseto/cronaca/2016/08/14/news/in-mostra-alle-clarisse-il-tuo-corpo-e-un-campo-di-battaglia-1.13963105]]
Sfera pubblica e sfera privata. Cosa significa? Il punto, per Gaglianone e Teodori, è che mentre nella sfera pubblica gli uomini sono ormai abituati a confrontarsi con le donne, a lavorare con loro, ad avere anche un capo donna, nel privato è diverso. Nel momento in cui le donne si emarginano, affermano il proprio diritto a esistere non in funzione di un uomo ma soggetti a se stanti, scatta la violenza. E l’estate è il periodo più drammatico, durante le vacanze, soprattutto, quando si sospende il lavoro e ci si ritrova a casa, con una prossimità che alimenta le occasioni di maltrattamento.
Questione di possesso. «È una questione di possesso – dice Teodori – che non c’entra niente con l’amore. L’uomo maltrattante vuole il controllo e lo basa spesso sul ricatto affettivo, tipo: “senza di te non posso vivere”, o “sei la cosa più importante”. Ecco, appunto: “la cosa”». L’altro aspetto che caratterizza la psicologia del maltrattante è la sua volontà di essere sempre al centro dell’attenzione. Tanto che spesso il momento in cui deflagra la violenza più incontenibile è quello della gravidanza, quando è la donna si trova in una situazione di costrizione ed è al centro dell’attenzione di familiari e amici. «È lì che iniziano le botte», dice la presidente.
[[atex:gelocal:il-tirreno:grosseto:cronaca:1.13963084:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/grosseto/cronaca/2016/08/14/news/una-strada-per-olympia-de-gouges-ghigliottinata-per-aver-difeso-i-diritti-delle-donne-1.13963084]]
Uomini insospettabili. Ma cosa significa “violenza”? Qual è l’identikit del maltrattante? E come lo si riconosce? Partiamo dall’ultima domanda. «Non lo si riconosce – spiega Teodori – altrimenti nessuna donna sarebbe così scema o masochista da caderci. La donna è solo una vittima. E anche le donne che hanno un buon controllo della propria vita possono rimanerne vittime, magari pensando “io lo cambierò”. Niente di più sbagliato». Nella scala di valutazione che il centro fornisce alle donne che vi si rivolgono la casella più segnata è “insospettabile”. «Carino, simpatico, premuroso. Accompagna la donna al pronto soccorso dopo averla picchiata… Affabile e gentile fuori. Ma il problema è dentro casa», dice Teodori.
Ed è impossibile anche tracciare un identikit della donna maltrattata. «Italiane, emigrate, professioniste, disoccupate. Donne dai 18 ai 75 anni», dicono Gaglianone e Teodori.
Una cultura violenta. Ma da dove nasce la violenza? «La violenza psicologica alberga in molti – spiega Teodori – perché viviamo in una cultura patriarcale nella quale ancora conta chi porta i pantaloni. È un brodo nel quale tutte siamo immerse. E più lunga è l’esposizione alla violenza, più difficile è uscirne, soprattutto in un paese dove la cultura religiosa predica rassegnazione».
I segnali. Quali sono i segnali? Gelosia, controllo esagerato sul modo di vestirsi, di atteggiarsi fuori casa, svalutazione della donna. «Non parlare», «sta’ zitta», «non capisci», «ma come ti sei vestita» possono essere i primi segnali.
Uscirne si può. «È importante però che le donne sappiano che dalla violenza si può uscire», dice la presidente. Oggi due recenti leggi, la 38 del 2009 sullo stalking e la 119 del 2013 sul femminicidio, danno strumenti in più per tutelare le donne e punire i loro aguzzini.
«Ma il primo passo è la presa di coscienza della donna stessa. È lei il motore», dicono Gaglianone e Teodori. Ed è a questo punto che entra in gioco il centro donna.
Una telefonata e scatta l’aiuto. Una telefonata al centro (il telefono è attivo 24 ore su 24), oppure l’accesso diretto, di persona. «Qui non prendiamo le generalità di nessuna, avviene tutto in anonimato se la donna lo desidera. A volte chiamano le vicine di casa perché sentono le urla, a volte le amiche. Noi chiediamo loro di dire alla donna maltrattata di contattarci».
Alla conquista della libertà. A quel punto inizia il percorso. «Il nostro lavoro – spiega ancora la presidente – è di far capire alla donna maltrattata che quello che sta subendo è un fenomeno che capita a molte. Poi le spieghiamo che non è una cosa normale. E che non è colpa sua». Sembra un’ovvietà, ma la gabbia psicologica nella quale molte vengono rinchiuse annebbia la capacità di valutazione. Dopo il primo colloquio, quasi tutte tornano per intraprendere il cammino verso la riconquista della propria libertà e sicurezza. A quel punto vengono fatti degli incontri settimanali di un’ora ciascuno. Nel frattempo può maturare nella donna la volontà di separarsi, quindi si avviano anche percorsi paralleli con la consulenza di avvocate e commercialiste, si avviano percorsi di reinserimento lavorativo. «Aiutiamo le donne a riconquistare autonomia, a ricostruirsi una vita», dicono la presidente e la sua vice. Molte arrivano anche dal pronto soccorso a seguito dell’attivazione del Codice rosa, il protocollo dell’Asl per i casi di donne maltrattate.
La casa rifugio. Per le donne per le quali esiste un rischio di vita, per sé e per i propri figli, da aprile è aperta, in provincia di Grosseto, in un luogo segreto, una casa rifugio realizzata dal Coeso e gestita dal centro antiviolenza, che può ospitare due o tre donne con i figli. Fino a quel momento il centro si appoggiava a case rifugio fuori provincia. «A Grosseto sono circa il 10% delle donne che si rivolgono a noi – dice Teodori – ma non per questo il fenomeno è meno preoccupante, viste le cronache». In tutti gli altri casi per i quali non è necessario arrivare a nascondersi nella casa rifugio è comunque ovvio che, scattata la denuncia, non si può tornare a casa.
La vittima deve fuggire. «Purtroppo quello della violenza sulle donne per il nostro ordinamento è un po’ il mondo al contrario – dice la presidente – perché mentre in qualsiasi reato non è la vittima a doversi tutelare, ma chi ha commesso il reato, che viene bloccato, quando si parla di violenza sulle donne si mette in protezione la donna, mentre il maltrattante è libero di circolare». Le misure cautelari sono lente a scattare e hanno una durata limitata nel tempo. La pena, poi, non è affatto certa, ad esempio in casi di patteggiamento. E anche tutelare la donna nella fase del processo, ad esempio riparandola con un paravento in tribunale durante la deposizione, come prevede la Convenzione di Istanbul, a volte è faticoso. Nonostante queste difficoltà riprendersi la propria vita si può. «Dalla violenza si può uscire», dicono Gaglianone e Teodori. E lo dicono a tutte le donne che in questo momento stanno piangendo e si stanno curando le ferite dalle botte appena prese.
I RECAPITI
Il centro antiviolenza di Grosseto, gestito dall’associazione Olympia de Gouges, è nato nel 1999 e nel tempo ha aperto centri di ascolto in diversi paesi della provincia, per essere più vicino alle donne vittime di una qualche forma di violenza (fisica, psichica, sessuale, psicologica, economica).
La donna che si rivolge al centro non paga nulla e ottiene assistenza in modo totalmente anonimo. Ecco dove si trovano e come si contattano il Centro antiviolenza di Grosseto, il centro antiviolenza di Orbetello e i punti di ascolto di Manciano, Follonica e Castel del Piano.
Grosseto, Centro antiviolenza in via Ansedonia 6, telefono 0564 413884, 348 0992098, www.olympiadegouges.org, c.antivioenza@provincia.grosseto.it.
Follonica, punto di ascolto, via Roma 88, telefono 0566 59163, 348 8841979, puntoascolto@comune.follonica.gr.it.
Castel del Piano, punto di ascolto, via Marconi 9, 345 4133666, olympiacpiano@libero.it.
Orbetello, centro antiviolenza, via C. Steeb 1, 348 9376554, 345 4431140 (ufficio), ass.olimpia.orb@gmail.com.
Manciano, punto di ascolto, 340 5656476, antiviolenza.manciano@gmail.com.
È inoltre attivo il numero nazionale ministeriale 1522, gratuito, che automaticamente smista la telefonata al centro antiviolenza più vicino alla donna.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
