Il Tirreno

Grosseto

Il venditore di grano striglia gli agricoltori «E basta lamentarsi»

di Giovanna Mezzana
Il venditore di grano striglia gli agricoltori «E basta lamentarsi»

Andrea Dani è nel settore dei cereali da quando aveva 21 anni «Chi usa concimi e fa un prodotto di qualità ha buoni profitti»

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GROSSETO. Produttori di grano, non piangetevi addosso: potete ancora guadagnarvi la pagnotta coltivando spighe, se fate impresa con lo sguardo un po’ lungo. Dopo il de profundis suonato da Fedagri e Confagricoltura e dai produttori agricoli della cooperativa Raspollino di Barbaruta, in allarme per il crollo del prezzo del grano («In sei mesi abbiamo perso 10 euro a quintale»; «Con un prezzo di vendita di 19 euro a quintale un’azienda non riesce neppure a coprire le spese»), interviene un esperto del settore: Andrea Dani, un grossetano appassionato di baseball che si occupa di intermediazione cerealicola dal 1984, e di cereali in genere da quando ne aveva 21. Non resiste a guardare i produttori maremmani di grano mentre si strappano i capelli: «Non possono liquidare la questione – interviene – dicendo che il grano sul mercato costa poco». C’è altro.

Dani, quali sono le cause della discesa del prezzo del grano?

«Un’annata di grande produzione: in tutta Italia, non solo in Maremma, e non solo di grano duro ma di tutti i cereali a paglia (orzo, farro, avena, grano tenero); l’Italia nel 2016 produrrà quasi sei milioni di tonnellate di grano duro contro una produzione media annua che di solito si aggira su quattro milioni e mezzo di tonnellate: il 25% in più; e anche in Europa –Francia, Spagna, Grecia– la produzione cerealicola è di gran lunga superiore alla media. In questo momento di raccolta i magazzini non tengono la merce. Di fronte a un’offerta oltremisura, i prezzi scendono, è normale, il petrolio insegna. Si aggiunge poi il fatto che la qualità non è eccellente: anche in Maremma».

Ma allora un produttore di grano cosa deve fare perché la sua impresa sia redditizia?

«Innanzitutto non può fare il bilancio sulla base dell’andamento di un anno. Poi, vista la produzione in abbondanza, bisognerebbe esportare almeno una quota di quanto si produce; qualcuno lo fa o ci prova: ma per esportare ci vuole un prodotto di qualità: i compratori cercano roba buona».

E in Maremma non c’è grano buono?

«Chi ha mantenuto le buone pratiche, continua a produrre un grano di qualità, ma purtroppo le buone pratiche si sono perse».

Cos’è che prima si faceva e ora non si fa più?

«I cereali sono colture estensive. In Maremma è difficile fare impresa cerealicola perché non ci sono imprese agricole di grandi dimensioni: otto-10-15 ettari è la media (e quella italiana è di sette ettari: dove andiamo?). Con queste dimensioni non è facile fare reddito, ma dove si lavora bene rispettando ciò che una buona cerealicoltura richiede, si raggiungo produzioni elevate e ottima qualità; spesso, però, si tende a spendere meno sul cereale».

Cioè si investe poco? Si cerca di risparmiare? Su cosa?

«Su FaceBook ho letto lo sfogo di un agricoltore maremmano che si lamenta del prezzo del grano: appunta tutti i costi di produzione che ha sostenuto, voce per voce, come facesse la lista della spesa; e la voce fertilizzanti/concimi non c’è; e se non la scrive, significa che non li ha usati. Tiri lei le somme».

I fertilizzanti sono una voce significativa di spesa?

«Sì lo sono, ma garantiscono anche la qualità. È inutile produrre un grano che nessuno vuole. Non è importante produrre, l’importante è avere il mercato: lo diceva Ford. E vedrà che anche gli industriali della pasta quest’anno avranno delle grosse difficoltà».

Perché? La produzione è straordinaria...

«Perché ci sono produzioni elevate ma di un grano duro con poche proteine».

La causa?

«Lo scarso apporto di azoto nel terreno durante il ciclo vegetativo della pianta».

Tanta quantità ma qualità con scarso tenore proteico: è un grattacapo per i signori Barilla, Voiello... A proposito: a chi vendono il loro grano oggi le imprese maremmane?

«Rispetto a venti anni fa i referenti del mercato della Maremma (il portafoglio clienti, ndr) si sono ridotti in modo esponenziale. Fino a due decenni fa nel raggio di 200-250 chilometri avevamo dieci realtà molitorie (mulini, ndr) a grano duro, oggi sono tre. La collocazione del prodotto è difficile, e se in Maremma non si produce qualità rischiamo di diventare marginali. Se non ci mettiamo in condizione di servire il mercato, si va fuori».

Cosa si sente di dire agli agricoltori maremmani ?

«Il malato è grave ma continuare a piangersi addosso non serve: viviamo in un mondo globalizzato e non ci sono affamatori. Serve ripensare la cerealicoltura grossetana e renderla di qualità come lo era trent’anni fa, in base alle nuove esigenze. Serve fare sistema, mettersi insieme, consorziarsi. Serve un “interporto” dove caricare treni di grano. Serve completare il Corridoio Tirrenico».

È il suo lavoro, ma il tema l’appassiona parecchio...

«Il Grillo Parlante di Pinocchio non è simpatico a nessuno e io non voglio fare la sua parte, ma sono stanco di vedere gli agricoltori piangere: in Maremma non si fa altro. Questo è il mio lavoro, la mia storia, la storia della mia famiglia: il mi babbo è venuto in Maremma a fare l’agronomo nel 1949 con i principi Corsini di Marsiliana. A quei tempi si girava la tenuta a cavallo. Sono stato cresciuto dal modo agricolo: lo amo e non accetto che non si faccia nulla per migliorarlo».

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