Italia
«Arsenico fuori norma a Casotto Venezia»: è giallo sull’origine
Valori riscontrati durante il monitoraggio delle Strillaie Sit: «Non è dalla discarica». Il Comune di Grosseto: «Mai fatte ricerche»
GROSSETO. Sopra ci sono i campi, gli orti, la campagna. Ma sotto, nella falda acquifera superficiale, c’è arsenico, un potente inquinante cancerogeno. Siamo a Casotto Venezia, appena fuori dalla ex discarica delle Strillaie, vicino Marina di Grosseto. E non solo l’arsenico è in concentrazioni fino a otto volte sopra la soglia di legge ma, a quanto pare, la contaminazione perdura da anni.
Ad attestarne la presenza è il monitoraggio fatto da Tea sistemi di Pisa per conto di Comune, Arpat e Regione sull’ex discarica delle Strillaie gestita da Sit spa. Lo rende noto Roberto Barocci del Forum Ambientalista a margine della presentazione dell’iniziativa che martedì chiamerà i candidati sindaco di Grosseto a un confronto sui temi dell’ambiente (articolo in basso).
La discarica. La discarica, nata mezzo secolo fa, è chiusa da sei anni e Sit vi svolge di ordinaria manutenzione: trattamento percolato (il depuratore ne tratta fino a 34.000 tonnellate l’anno), taglio erba, manutenzione strade. Oltre a questo c’è un’area, la più vecchia, che va in parte sigillata perché non piova sui rifiuti e si formi ancora percolato. Solo la parte nuova della discarica (il modulo 16), infatti, è realizzata secondo le più recenti norme col capping, copertura sigillante. Quanto alla barriera idraulica, è disattivata dal 2014, quando la conferenza dei servizi constatò che non era efficace.
Per sistemare definitivamente le Strillaie il Comune ha pronto un progetto da due anni, oggi in fase di conferenza dei servizi. Nel frattempo ogni 4 mesi fa monitorare le acque, l’aria e fa fare un bilancio del percolato.
Arsenico fuori dalla discarica. E proprio gli ultimi campionamenti sulla falda superficiale (fino a 12 metri), fatti a dicembre, hanno restituito un quadro preoccupante. I 16 piezometri e i due pozzi controllati si trovano un po’ nell’area dell’ex discarica, un po’ fuori. Ed è fuori, verso sud ovest, in zona Casotto Venezia, che un campione (dal piezometro 16) è risultato con valori di arsenico di 81,4 µg/l (microgrammi per litro), mentre il limite di legge è 10 µg/litro. La mappa di dispersione mostra livelli fuori norma in un raggio assai ampio in direzione Marina. Sforamenti sempre di arsenico si registrano anche in altri tre piezometri.
Altri inquinanti e percolato. Sempre intorno alla discarica, il monitoraggio ha rivelato superamenti di solfati e manganese (a est della discarica), ferro (a ovest) e boro (in tutta l’area di discarica) riscontrati anche negli anni passati. Nel 2015 è andata meglio, invece, con il percolato. Essendo piovuto poco non ci sono stati sversamenti. Ma è possibile che ci si debba affidare alla siccità per stare sicuri?
Giallo sull’origine. La domanda più impellente, al momento, riguarda però l’arsenico. Da dove viene? E chi ha un campo o un orto nelle vicinanze è stato informato? E perché, visti questi valori, non c’è un divieto di attingere l’acqua dai pozzi della zona? «Di sicuro è completamente estraneo alla discarica – assicura Fabrizio Quadrelli di Sit – poiché né nel percolato iniziale né in quello di scarico, dopo il trattamento nel depuratore, sono mai state trovate tracce di arsenico».
Mai fatte indagini. Quindi da dove arriva? «È noto che nella piana della Maremma ci sia una concentrazione superiore alla norma di arsenico» dice Luca Vecchieschi, dirigente del Comune e autore del progetto di sistemazione della discarica. Davvero ce l’ha messo Madre natura? A diretta domanda Vecchieschi dice che «non c’è certezza da dove arrivi» perché «non si è mai indagato, ma è anche difficile da indagare». Quanto all’uso dell’acqua superficiale il dirigente spiega che «i pozzi del Comune sono monitorati ogni 6 mesi e sono a posto. Quelli dei privati, invece, pescano nella falda più profonda, da 30 metri in giù, perché in superficie si trova solo acqua di mare».
Pozzi e analisi. Il problema, però, è che le analisi sull’acqua più profonda si fanno quando si chiede il permesso per realizzare un pozzo. E se poi quell’acqua viene contaminata in un secondo momento? «In linea di principio non è escluso – dice Vecchieschi – ma spetta al privato fare le analisi». Sempre che sia a conoscenza che c’è una contaminazione in atto.
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