Il presidio
«Politiche sbagliate e produttori fermi Così il vino non vola»
L’ex direttore di Banfi spiega la Maremma al Vinitaly Tutti in ordine sparso, ora deve pensarci la Regione
GROSSETO. Paolo Menichetti, per oltre dieci anni direttore di amministrazione e finanze della Banfi, oggi appassionato di vitivinicoltura e consulente del settore (con diversi clienti importanti), interviene nel dibattito aperto dal Tirreno sulla presenza “scoordinata” delle etichette maremmane al recente Vinitaly: «Quello che ha detto l’onorevole Luca Sani era amaramente condivisibile. Ma dietro a tutto questo c’è una nemesi storica, che forse è utile rammentare».
A cosa si riferisce?
«L’era moderna, se così si può dire, della viticoltura maremmana inizia intorno al 1996-1998 quando, anche grazie alle agevolazioni finanziarie e burocratiche previste dal Patto Verde (lo strumento di programmazione negoziata), giunsero da noi i big del settore vitivinicolo toscano. Era quello il periodo d’oro dell’enologia toscana e nazionale che, ormai sdoganata dallo scandalo del metanolo di 10 anni prima anche grazie a una seria strategia di riqualificazione produttiva, stava veleggiando pronta al sorpasso sui francesi. In Toscana, in modo particolare, si viveva in quegli anni il pieno rilancio del Chianti, la definitiva affermazione del Brunello e l’esplosione del fenomeno dei cosiddetti Supertuscan. Per un produttore toscano, l’unico problema era riuscire a trovare la materia prima: igt Toscana, naturalmente».
In quel periodo arrivano in Maremma Zonin, Rivella-Meregalli, Antinori, Frescobaldi. E c’è il professor pacciani come assessore all’Agricoltura in Provincia.
«Esatto. Fu, per tutti, un’esaltante “sbornia”. Per gli amministratori locali, perché potevano con poco sforzo godere di un processo di valorizzazione dei propri territori; per gli investitori, perché acquistavano a pochi milioni di lire ettari da vitare, oltretutto beneficiando di contributi per gli impianti e le cantine. Anche quei pochi produttori locali, allora già pienamente affermati, cito solo un paio di esempi senza nulla togliere agli altri - Moris Farm e Pupille - videro premiati i loro sforzi e la loro presenza. E tutti, giustamente, a magnificare la profonda e radicata vocazione vitivinicola della Maremma».
Andiamo avanti.
«Purtroppo nessuno ha mai spiegato ai produttori locali che la viticoltura è un insieme unico e imprescindibile di quattro componenti: mezzi finanziari, capacità produttiva, relazioni commerciali e attitudine promozionale. I piccoli e medi produttori maremmani, già esistenti o giunti in questi anni da altri settori e altri luoghi, lo hanno imparato sulla propria pelle e lo stanno tuttora subendo. Purtroppo anche molte banche possono testimoniarlo».
Lei sostiene quindi che è mancata la maturazione del tessuto produttivo, giusto?
«Un sistema economico cresce se sono presenti tutti gli ingredienti che ho citato. Ecco perché, quasi sempre, il successo di un’area è passato attraverso la presenza di una guida: Banfi per il Brunello, Antinori e Frescobaldi per il Chianti, Rocchetta per Bolgheri, etc. E l’imprenditoria vitivinicola maremmana, che l’insieme di tutti questi 4 ingredienti della ricetta di successo non li aveva e non li ha tuttora, non ha beneficiato nemmeno della presenza di un traino, una cantina che a livello internazionale divulgasse il brand Maremma».
Ci sono colpe della politica?
«Penso di si. Dai vari big, in cambio degli aiuti finanziari del Patto Verde, gli amministratori avrebbero dovuto e potuto pretendere un impegno non solo produttivo, ma anche di market player per la Maremma. Questo avrebbe veramente creato un valore per il territorio e invece non lo hanno fatto».
Passata la sbornia siamo rimasti con il mal di testa.
«Sì, suonano di continuo campanelli di allarme. I grandi produttori che vengono da fuori si limitano a vinificare, cioè a fare delle “masse” di sfuso igt Toscana con cui poi “arricchire” i tagli dei Supertuscan o degli altri vini già prodotti altrove. Solo in alcuni casi concludono il processo fino all'imbottigliamento, uscendo sul mercato con etichette che non hanno lasciato traccia nelle guide o nelle memorie degli enoappassionati».
Facciamo degli esempi.
«Solo negli ultimissimi anni si è un po’ intensificato il numero di etichette maremmane premiate a livello nazionale. Tanto per fornire alcuni dati su questo trend ricordo che la guida del Gambero Rosso ha riconosciuto i famosi Tre Bicchieri soltanto a 7 cantine maremmane su 71 toscane nel 2015 e a 6 su 79 nel 2016; il ben più influente giudizio di Wine Spectator, nell’elencare i migliori 100 vini italiani del 2015 ne indica 29 toscani ma nessun maremmano».
Possibile che nessuno se ne sia accorto?
«Al di là degli sforzi profusi da Consorzi e da Camera di Commercio le varie doc non sono mai decollate mentre l’indicazione Toscana ha sempre un fortissimo appeal nel mondo. Ovviamente fa eccezione il Morellino, che ha una sua tradizione e ha trovato nel tempo una collocazione prezzo/qualità sui mercati».
Errori di strategia gravi, quindi...
«Certo, ma ormai è inutile piangerci addosso. Condivido quello che sostiene Luca Sani. Ad oggi l’unica via di uscita è rientrare al più presto in una logica regionale. L’avventura del Wine Shire ha avuto, come tutte le cose, aspetti affascinanti e positivi, ma alla luce dei risultati ha bruciato risorse e fuorviato dagli obiettivi». Che Vinitaly è stato?
«Per la Maremma presenze in ordine sparso, senza lasciare tracce».
Il futuro?
«Oggi non è pensabile che la pubblica amministrazione o le Camere di Commercio svolgano un ruolo di traino per sopperire alle lacune del sistema produttivo e supportare gli imprenditori. Questo ruolo, semmai, dovrà averlo la Regione Toscana».
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